Maria Borgese.

Quelli che vennero prima.

1942. Istituto di propaganda libraria, stampa, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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A Giuseppina Cappelli Pennetti.
A Luisa Lucchesi Querni.
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In questo racconto di personaggi e avvenimenti tutti presi dal vero l'Autore si attiene al vero anche nel rendere le graduali forme di rispetto in uso nell'interlocuzione toscana dell'Ottocento: mentre i coniugi si trattano col voi i figli e i nepoti dnno costantemente di lei ai nonni e ai genitori.
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Donna Bettina e le due nipoti giovinette uscirono, seguite dalla Carmela che chiuse l'usciolo del grande portone.
Il colpo rimbomb nella strada buia, deserta, e parve immenso. Donna Bettina si volse irata alla cameriera:
- Te lo devo ripetere tutte le mattine di chiudere piano? Lo sai pure che la gente dorme. Testa dura!
- Ma che buio! - osserv la Bianchina.
- Oh! le stelle! - esclam sorpresa la Pia. - Quante!
Le fanciulle si soffermarono a guardare il cielo notturno di febbraio, con stupore, ch, certo, non avevano mai visto uno scintillio simile nell'azzurro cos cupo.
Donna Bettina stretta nella mantiglia foderata di pelliccia, s'era avviata svelta svelta sul marciapiede, rasentando il muro, seguita dalla Carmela che le andava dietro tutta assonnata.
Da Piazza della Signoria, venne un tocco.
- E una....a...a... - voci la guardia notturna sul Ponte Vecchio.
Donna Bettina, fermandosi di botto, rest perplessa, mentre da tutti i campanili si stacc, si sciolse nel silenzio, un tocco, uno solo.
Anche la Carmela si era fermata e parve svegliarsi.
- Ges! Ges! - disse. - Ma  notte. A che ora ci ha fatto alzare? Sfido io che ho tanto sonno.
La vecchia signora parve un momento confusa, poi disse, rapida, in tono dimesso che non le era abituale:
- Certo la sveglia  guasta.
- O l'avr messa male lei - ribatt la Carmela.
- Pu anche darsi, pu anche darsi; uno sbaglio pu accadere a tutti e di infallibile non c' che il Papa. Sua Santit il Papa.
Tornarono indietro.
Tra le folte pieghe della gonna senza cerchio - s'intende, per andare alla prima messa - donna Bettina mise la mano in tasca e fra la corona, il fazzoletto di tela d'Olanda smerlato a mano e la scatola d'argento con le mentine, trov la chiave del portone; riapr, s'avvi la prima per le scale, dicendo piano, mentre affannava un po':
- Chiss come m' successo! Proprio non mi capacito! Beh! Pazienza. C' ancora da dormire quasi cinque ore. Zitte bambine, non fate chiasso ch gli altri non si sveglino.
Ma la Pia e la Bianca - quindici e sedici anni - avevano una gran voglia di ridere, mentre la Carmela con lo stoppino acceso, borbottava che quella non era la maniera di fare, e ce l'aveva contro la signora, contro la prima messa, contro quell'idiota che aveva inventato la sveglia, magari contro il Padre Eterno che non mandava mai a quell'ora qualche diluvio che impedisse di uscire.
In punta di piedi rientrarono in casa; donna Bettina si diresse nella camera di damasco giallo, le ragazze in quella impero, rossa a strisce turchine coi lettini gemelli, e la Carmela in una stanza fra quella delle nipoti e l'altra della nonna, dove aveva un lettuccio di ferro nero con un San Giovannino riccioluto accanto alla pecora, dipinto in un tondo sulla spalliera.
Donna Bettina si tolse la mantiglia, ma prima ancora di sciogliersi il fiocco della capotine prese di sul comodino la sveglia e, al chiaro della lucerna d'ottone, la rigir da tutte le parti per vedere se fosse guasta poi, quando fu persuasa che era in ordine perfetto, la rimise sulle cinque e mezzo, per essere a tempo alla messa delle sei nella chiesa di Santa Felicita, l a due passi.
Le fanciulle e la Carmela si addormentarono subito come bachi dia seta, ma donna Bettina non riusciva a pigliar sonno, contrariata per l'incidente. Del resto ella aveva pi volte confessato che in vita sua, una notte veramente tranquilla non l'aveva passata mai, per il pensiero di perdere la prima messa, d'estate alle cinque, d'inverno alle sei, e sentenziava che quelle ascoltate col sole non avevano valore.
Chiss pi tardi che risate avrebbero fatto i figliuoli, i nipoti, forse anche la nuora cos delicatina che proprio non poteva mai alzarsi presto! Che giovent! Ma quello che pi la indispettiva era il pensiero dell'ironia, degli scherzi senza fine che avrebbe fatto quel "vecchio matto". Chi l'avrebbe frenato? Dire alle ragazze e alla Carmela di non parlare di quella levataccia, le sarebbe sembrato di umiliarsi. Eppoi chi le avrebbe tenute zitte? Nemmeno a turargliela, la bocca, a tutte e tre quelle linguacciute. Di questo era pienamente convinta. E allora pazienza. Li avrebbe lasciati un po' ridere alle sue spalle, ma solo per un po', perch con lei c'era poco da scherzare, e nonostante che avesse settanta anni, si sentiva tale energia da farli tacere tutti soltanto con un'occhiata. Non sarebbe stata quella la prima volta, e nemmeno sarebbe stata l'ultima. Oh! no!
Su questa profonda convinzione si mise tranquilla, e fattosi il segno della croce cominci il rosario di quindici poste ad occhi chiusi, perch anche se si fosse addormentata senza averlo detto tutto, le sarebbe valso lo stesso.
Ma il sonno, anche dopo molto tempo, non venne, e abbandonata fra le mani la corona, senza volerlo, si mise a pensare alla sua esistenza che in certi momenti le sembrava troppo lunga e greve; ma poi, subito pentita, disse con un sospiro:
- Sia sempre fatta la Tua volont, mio Dio che sai tutto, e anche conosci la necessit del dolore.
...
Donna Bettina, io certo so, che fra sonno e veglia, pensi che il tuo vecchio cuore  come uno stagno dall'acqua limpida, ora che la preghiera l'ha calmato, e se un riflesso di sole potesse battervi, brillerebbe coi colori dell'arcobaleno.
Ma che non si rimuovano le acque! Tutto diverrebbe cos torbido, in un rigurgito amaro, avvelenato!
E anche so, donna Bettina, che tu vorresti, prima di morire, ritrovarti quella che fosti candida, innocente, credula: raccogliere tutte le rose che lasciasti sfiorire fra le mani, le speranze che caddero, le illusioni che ingannarono, ritrovare parole che ti furono care e dolci e quelle che avresti voluto dire e che una forza ignota ti sigill nella bocca, in un disperato mutismo. Parole d'amore, di piet, di perdono di cui l'anima tua traboccava e che restarono inespresse, tramutandosi in sospetto, asprezza acuta, ingiustizia anche, perch so che talvolta lo riconosci donna Bettina, e te ne confessi a Dio.
Tu vorresti raccogliere - non fosse che dall'ultima tua alba, all'ultima tua sera - quello che non sapesti donare, quello che non sapesti apprezzare, quello che lasciasti sfuggire per tesserne il tuo sudario e avvolgerti leggera e consolata nella morte.
Questo tu pensi, donna Bettina, mentre finalmente ti si chiudono le palpebre.
Dormi.
Intanto, io narrer di te, e dei tuoi, fino a quando le campane di Santa Felicita non ti diranno che bisogna andare alla messa.
Poi, da quell'ora, ti accompagner verso la fine.
 I.
Il ricordo pi lontano di Elisabetta, o di Bettina, come la chiamavano tutti, era un giardino grande, non distante dalla Villa di Marlia, dove lei, nei primissimi anni dell'Ottocento, si rivedeva fanciullina. Di quel giardino, ci che pi vivo le restava nella memoria, era la grande vasca con tanti pesci rossi, e nel mezzo un angiolino di pietra dalle gote gonfie che gettava uno zampillo alto, sopra certi fiori scarlatti e gialli. Con lei era quasi sempre Ambrogio, magrissimo, rigido nella livrea marrone, coi favoriti candidi, che la seguiva con la fedelt di un cane. Ambrogio il pi vecchio servitore della casa, era sempre lui - questo lo aveva saputo pi tardi - che pensava a far fuggire travestiti, di notte, dopo che avevano avuto asilo sicuro e vitto e giaciglio, i disertori dell'esercito napoleonico di cui certe volte i solai e le cantine erano pieni.
Gran rischio per i suoi padroni, il padre, la madre di Bettina e il vecchio zio Alfonso (che portava ancora la parrucca bianca) dopo il 3 gennaio 1799 quando con la caduta dell'antico regime aristocratico, e aboliti i privilegi dei nobili, fu tolto anche quello dell'immunit a qualunque condannato, che non solo fosse stato loro ospite, ma che fosse riuscito a toccare magari la sbarra di una finestra, prima che il Bargello avesse potuto mettergli le mani addosso.
Dei tre fratelli di Bettina, Martino, Giuseppe e Pietro, a lei molto maggiori, poco si ricordava a quei primi tempi della sua vita perch raramente venivano a casa dal collegio di Mondragone.
Anche le era rimasto vivo nella memoria un episodio sempre di quand'era assai piccola. Un giorno era uscita per le strade con Ambrogio, e giocando al cerchio lo aveva tirato involontariamente fra un gruppo di persone che veniva dal lato opposto al suo. C'erano delle signore, degli uomini, e dietro, al passo, una carrozza grande.
Bettina era corsa per andare a riprendere il cerchio e chi glielo porse fu una vecchia signora che si chin anche ad accarezzarla, chiedendole come si chiamasse.
Ambrogio le aveva poi detto che quella era Madame Mre, proprio la mamma di "quello che era il diavolo in persona".
A Bettina queste parole avevano fatto una grande impressione, e ci aveva fantasticato parecchio, non riuscendo a capacitarsi come una signora cos gentile, con quelle belle mani bianche sotto le mitaines di trina fine, e quella croce di pietre gialle che le scintillava sul petto, potesse essere la mamma del diavolo in persona.
Pi grandicella, fu messa all'Istituto Elisa, a cui la Baciocchi, che lo fond per le signorine di buona famiglia, aveva dato il suo nome e il suo interessamento.
L'istituto era diretto da canonichesse libere, quasi tutte signore francesi che vestivano sempre di seta color viola e con un nastro celeste intorno al collo da cui pendeva una stella d'argento.
Le convittrici erano trattate signorilmente e avevano un'istruzione complessa, letteraria e scientifica; si insegnava loro anche il francese e l'inglese oltre che la musica e la pittura, il ballo, il canto e l'arte del ricamo, molto raffinatamente.
Piaceva talvolta a Bettina ricordarsi vestita di nanchino, col mantelletto bianco e il cappello di paglia guarnito da un fiocco che cambiava di colore a seconda della classe. Per le feste l'abito era di ermisino grigio col colletto e i polsi candidi di battista ricamata.
Certe volte Bettina, ripercorrendo con la memoria tutta la sua vita, finiva per concludere che quel tempo era stato per lei il pi sereno e gioioso che la sorte le avesse concesso.
Uscita di collegio a diciotto anni, era stata coi genitori a Firenze, a Roma, a Napoli, e alcuni mesi a Viareggio, dove i suoi parenti avevano costruita una delle prime ville in quel villaggio malarico che a poco a poco prendeva l'aspetto di un grazioso paese e dove i lucchesi benestanti si davano buontempo giuocando al biribisso che per un certo periodo fu una vera mania.
Elisa non amava Viareggio; il suo porto era Livorno, e per villeggiare prediligeva Bagni di Lucca dove si era fatta una vera reggia.
Ma quella squinternata di sua sorella Paolina aveva voluto, proprio a Viareggio, una villa lontana dall'abitato, situata al limite fra boscaglia e mare. Tutti giudicarono questa cosa, pi che capriccio, pericolosa pazzia, perch i pirati facevano continue incursioni su quella spiaggia e alcune donne vi erano state rapite. Ma in verit la bella Paolina non vi fece che rare apparizioni.
In quell'anno Elisabetta fu condotta in societ.
Dicevano, ed era vero, che assomigliasse alla primavera botticelliana: frequent il teatro Castiglioncelli che i Baciocchi avevano rimesso a nuovo nel 1808, e qualche ballo. Spesso o col padre, o con un fratello, faceva delle cavalcate. Ad un ballo conobbe quello che fu poi suo marito.
Tista allora era biondo, bellissimo, con la carnagione chiara e colorita, la barba e i capelli folti e ondulati, lucidi come seta, che portava pi gi dell'orecchio. Gli occhi avea grandi, celesti, luminosi come quelli di un fanciullo; occhi leali, buoni, che dicevano la sincerit del cuore; spesso per gli s'accendevano d'una luce furbesca, ed era quando gli veniva in mente di fare qualche burla o qualche stramberia, per cui era famoso. Allora vi si leggeva la ferma volont di compierla a qualunque costo.
Era di corporatura elegante, e dotato di forza fisica eccezionale, quantunque non fosse troppo alto. Per questo i parenti di Bettina, tutti altissimi, dicevano di lui: "Quella mezza carica".
Aveva le gambe leggermente arcuate per essere stato molto a cavallo; i cavalli e il colore rosso erano la sua passione. Da giovane metteva sempre la cravatta e la cintura scarlatta, come da vecchio non us che il panciotto di velluto in quella tinta.
I contrasti per il matrimonio fra Bettina e Tista non furono vinti da i giovani che dopo due anni di lotta. Chi si opponeva era la famiglia di lei che avrebbe voluto sposarla a un nobile, per quanto la dote della ragazza non fosse gran cosa.
Ed era cos bella, virtuosa e istruita che proprio non si riusciva a comprendere come avesse potuto innamorarsi di quel signorotto campagnolo di sboccio, con uno straccio di laurea in ingegneria, con dodici anni pi di lei, e caposcarico per giunta. Dove c'era da ridere, da far baldoria, lui non mancava mai. Certe volte, a teatro, nel palco dove si radunavano Tista e i suoi amici, facevano il buono e il cattivo tempo dell'intero spettacolo, in modo scandaloso. Eppoi: repubblicano, democratico, se lo sapeva lui quello che era! E in chiesa? Chi lo vedeva mai alle sacre funzioni? O se ci andava era per scherzare. Non fu attribuita a lui la bella prodezza di aver cucite insieme le gonne a una fila di contadine inginocchiate che erano venute a Lucca per la festa del Volto Santo?
Tista aveva anche lo spirito d'avventura. Spesso trascurava la professione d'ingegnere, per cui aveva delle reali qualit, e preferiva ingolfarsi in speculazioni fantastiche. S'era fatto amico di molti crsi che erano andati a Lucca con l'avvento dei napoleonici e vi trafficavano. Cos anche lui si recava spesso in Corsica dove acquistava appezzamenti di bosco che faceva tagliare e bruciare per l'estrazione della potassa.
Ma pi che di speculare Tista aveva voglia di muoversi, di conoscere paesi nuovi, di avvicinare gente diversa. Adorava la montagna, e mentre in citt non gli riusciva di stare in solitudine due ore di seguito, ma desiderava fin troppa compagnia, e la pi rumorosa, quando gli pigliava la smania della montagna, afferrava un bastone, un sacco con roba da mangiare, perch di vino non voleva sentire nemmeno l'odore, un mantello e via! Camminare fu, in tutta la sua vita, uno dei piaceri pi grandi; in montagna era capace di stare giorni e notti solo, e diceva che nulla era pi bello che cantare a squarciagola sotto il sole o addormentarsi sotto le stelle.
Si divertiva a cercare pietre strane e minerali. Se trovava qualche cristallo, qualche briciolo di pirite, era esultante, e gi a dar di martello sulle rocce durissime, e cercar di spezzarle. Spesso, dopo molto sudare, non ci trovava nulla.
- Ma chiss? ma chiss? - si diceva. - La roccia  gelosa, e capace di racchiudere i pi grandi tesori come in uno scrigno.
Una volta, in Corsica, aveva scoperto, rompendo dei grossi massi, certe pietre con la superficie fine come seta marezzata a strisce celesti e auree simili a un tessuto a mano. Allora s'era subito esaltato, convinto che l ci doveva essere un vero tesoro, forse addirittura la roccia aurifera. Chiam degli operai, vi lavor lui stesso per molti giorni in mezzo a disagi incredibili, gettando denaro a profusione nella folle impresa. Poi, d'un tratto, si stanc anche di quella esperienza, non arrivando al punto in cui s'era prefisso secondo i suoi calcoli per tentare l'esperimento a fondo, e lo lasci per correre dietro a chi sa quale altra fantasia.
...
Bettina, anima chiara e ardente, rientrando in casa dal collegio, s'era trovata a disagio e spesso la melanconia l'opprimeva, fra lo zio Giacomo, meticoloso, noioso, che sempre aveva da brontolare su tutto e di tutto, e la madre, sorella di lui autoritaria, pedante, sospettosa, bigotta. Erano sempre in lite contro il rispettivo cognato e marito, che, gaudente, e spensierato, se ne rideva di tutti e due, vivendo come gli faceva comodo. Bettina si schierava sempre dalla parte del padre che adorava, e allora erano per lei rimbrotti e sgarbi, tanto dallo zio, quanto dalla madre che la giudicavano troppo moderna e ribelle, come ribelle era pure, secondo loro, il fratello Pietro, tutto sincerit, tale e quale a Bettina, mentre gli altri due Giuseppe e Martino, furbi e ossequiosi, sapevano darla a bere tanto allo zio quanto alla madre, riuscendo, con l'apparente obbedienza, ad essere i loro beniamini, e ad ottenere qualunque cosa.
Cos, quando venne l'amore, a Bettina parve di toccare il paradiso su questa terra.
Che importava se Tista non era nobile? Intanto era bellissimo, il pi bell'uomo di Lucca, eppoi franco, generoso, allegro.
Certe volte Bettina cantava:
Mais enfin je suis amoureuse
C'est assez pour tre heureuse.
La voce le sgorgava limpida e dolce, e spesso finiva in un gorgheggio che era un riso di felicit.
- Bettina, ricordati che cos ridono le popolane - l'ammoniva lo zio Alfonso.
E la madre:
- Correggiti, figlia, sorvegliati. Ci vuole del contegno! E prima di ridere cos sguaiatamente, dovresti ricordarti come sei nata.
Il matrimonio fra Bettina e Tista avvenne in una primavera tutta rose, con poco sfarzo, perch se il padre ed il fratello Pietro avevano detto: - Se si vogliono bene, nel matrimonio questo  l'importante - il resto della famiglia si sentiva diminuito di grado da questo parente borghese, nonostante che avessero dovuto riconoscere - e per primo lo zio Alfonso, piuttosto avaro - che Tista non era affatto un pitocco se, quando gli avevano detto che bisognava parlare circa l'assegno dotale, aveva risposto che si meravigliava di simili discorsi perch non lo riguardavano affatto. Qualunque cosa avessero assegnato, per lui andava sempre bene; amava donna Bettina e l'avrebbe sposata anche senza un soldo.
Questa noncuranza di fronte al denaro fece supporre ai parenti che egli possedesse pi di quello che aveva dichiarato, e la supposizione divenne quasi certezza quando offr alla fidanzata i regali di nozze. Oltre ai gioielli, ai merletti, a due splendidi scialli di Cascemire e a una pelliccia di zibellino, c'era anche una cavalla araba, tutta bianca. Un esemplare veramente raro.
Ma Tista spendeva pi assai delle sue possibilit, tanto che in seguito, non a torto, la suocera diceva di lui che aveva le mani come un colabrodo, e la moglie, in sbigottita apprensione, gli ripeteva spesso:
- Avreste dovuto nascere un Bonvisi, che ferravano i cavalli con l'argento.
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Tista, il giorno degli sponsali, fu di una allegria eccessiva. S'era messo di buon umore vedendo la suocera che, tolto fuori dai vecchi armadi un vestito di broccato verdone, tutto sbuffi e gale, aveva appuntata sulla parrucca bianca una blonda spagnuola, vanto - diceva lei - di sei generazioni; e in quella acconciatura gli parve un colossale pappagallo.
Rise in faccia allo zio Alfonso - o lo zio "tentennone", come lo chiamava - leggermente rincitrullito, che era proprio buffo con quegli stecchi di gambe nelle calze di seta, il jabot e le falde color pattona!
Aveva scherzato perfino sul discorsetto del sacerdote durante la cerimonia, non curandosi delle occhiate sferzanti e dei gesti frementi e contenuti del parentado.
Poi, alla fine del pranzo, lo zio "tentennone" distribu ai convitati l'opuscolo con la copertina gialla, stampato dalla tipografia Bertini, dove un angioletto seduto su un cuscino suonava la siringa di Pan.
Don Alfonso aveva incaricato il poeta di tutte le cerimonie, Giuseppe Maria Celoni, allievo della celebre Amarilli Etrusca, di fare la poesia per le nozze della nipote diletta.
Il Celoni era un tipo curioso: azzimato, schizzinoso, un po' superbo e parlava forbito. Faceva il commesso del libraio Martini e nel periodo del Granducato fu revisore dei teatri tanto di prosa quanto di musica.
Lo zio, dopo un colpettino discreto dli tosse, incomincio:
O, se colei che prediletta madre
D'Amore a me fu sempre
L'immortale Amarilli oggi vivesse!
- Per fortuna che il buon Dio se l' presa a poetare in cielo - disse piano Tista, ma non tanto da non essere udito da parecchi che si misero a ridere, mentre lo zio continuava, infervorato:
L'immarcescibil serto cinto al crine
Il tripode, vocal fra ascendesse
e all'aura disciogliesse
Coll'ispirate sue labbra divine
Inno sonante de' talami al Padre
Per voi, alme leggiadre.
Bettina stava con l'animo sospeso temendo che lo sposo uscisse fuori con qualche frase stravagante per prendere in giro il lettore e il poeta, ma si rasseren quando lo vide serio, composto, con la barba nella mano sinistra come se meditasse, mentre lo zio proseguiva:
N l'auspicato Talamo
Ascender di pensosa,
O pudibonda vergine
Ch altro si addice a Sposa;
Avviserai un altr'ordine
Di cose a te novelle:
Docilmente a quelle
Piega, con tutto amor.
La poesia era lunghetta, e al termine vi furono battimani allo zio ed evviva agli sposi, dopo di che Tista si alz, facendo cenno di voler parlare:
- Ringrazio l'ornatissimo signor zio - disse - degli auguri rivolti alla mia sposa e a me, e ringrazio tutti lor signori di aver preso parte alla festa, nel giorno pi bello della mia vita. Ma non vorrei che si chiudesse questo banchetto senza un pensiero al celebre poeta che cant, con alata ispirazione, l'ode che test ha letto l'ornatissimo signore nostro zio.
I miei versi - che veramente non sono tutti miei, perch li ho elaborati insieme a un mio amico, oggi assente, Eugenio Pelosi - non sono all'altezza di quelli del nostro poeta, ma hanno il vantaggio della brevit. E li abbiamo gi pronti per il giorno (che Iddio tenga lontano il pi possibile affinch Lucca non sia priva di tanta gloria) in cui il poeta andr a raggiungere, nei regni celesti, la sua divina maestra Amarilli Etrusca:
Qui giace il Celoni Giuseppe Maria,
Ditegli un'Ave Maria!
Mor per un calcio d'un mulo
Che lo prese nel....
- Ometto la rima comprensibile - disse col pi amabile dei sorrisi; e continu serio:
Per via,
Ditegli un'Ave Maria.
Bettina quasi svenne fra le braccia del fratello Pietro preso, come quasi tutti gli invitati, da un riso folle, mentre il nobile parentado, dignitosamente offeso, lasci la sala, senza salutare.
 II.
Nei primi tempi del matrimonio a Bettina sembrava di essere entrata in un regno favoloso, qualcosa come il giardino delle Esperidi, perch vicina a Tista, cos innamorato e gentile, gaio, che si studiava di indovinare ogni suo desiderio, diveniva immemore di tutti e di tutto.
Questo periodo, breve del resto, ebbe assai influenza sull'animo della donna che, in seguito, dovette convincersi di aver conosciuta la felicit, ci che le diede la persuasione, insieme con la fede in Dio, che quel bene d'allora le aveva dato probabilmente la forza di fronteggiare con dignit e valore le non poche raffiche della vita.
Gli sposi erano andati a Firenze, in viaggio di nozze, da dove poi avrebbero dovuto proseguire per Roma, ma un giorno, all'improvviso, Tista disse alla moglie che sarebbe stato pi piacevole tornare a casa dove aspettavano certo impazienti di uscire all'aperto, la cavalla araba e il suo navarrino. A Roma sarebbero potuti andare in seguito. No? Che ne pensava la sua dolce met?
- Esattamente quello che pensa il mio amato signore e padrone - rispose Bettina sorridendo, per quanto in cuor suo fosse delusa per l'interrotto viaggio.
Cos tornarono a Lucca.
La casa era assai vasta, a due piani, un po' fuori della citt. Vi si entrava per un cortile cinquecentesco, con una bella loggia sostenuta da colonnette corinzie. Nel mezzo c'era il pozzo tutto fasciato d'ellera e in fondo il portico con le volte a crociera. Dall'altra parte la casa dava sul giardino, non grande, ma con vecchi alberi e molti fiori.
Tista l'aveva ammobiliata in stile neoclassico, allora in voga, e non poche aquile e corone e cetre di bronzo dorato decoravano i mobili massicci di noce e di mogano.
Il marito disse alla moglie:
- Poi, penserai tu a provvedere quello che manca.
Ma in verit, proprio non ci mancava nulla. Anche alla batteria di cucina luccicante di rame, anche al tavolino da lavoro dove, ordinato in tanti reparti, c'era un campionario dei pi assortiti: aghi, spilli, forbici, bottoni, nastri e gomitoli di filo e matasse variopinte di lana e di seta: a tutto aveva pensato suo marito, al necessario e al superfluo.
Di questo non sapeva nemmeno lei se essere contenta o no: ma in fondo in fondo, a interrogarsi bene, era rimasta un po' delusa. Aveva sognato di farsela lei, la casa, di suo gusto. Il desiderio di ogni giovane sposa, del resto. Eppoi, sarebbe stato cos piacevole e divertente andare a fare gli acquisti, scegliere fra tante cose, consigliarsi con Tista e disporre poi il tutto a suo modo!
Bettina avrebbe preferito, almeno in parte, il vecchio stile settecentesco, cos leggiadro di grazia, e per le tappezzerie i colori pi morbidi, i grigi azzurri, per esempio, o certi verdi teneri quasi inargentati. La camera gialla, proprio le dispiacque, ma non lo disse a Tista, per non sembrargli ingrata. Egli avea creduto, certo, di toglierle ogni fastidio facendole trovare tutto in ordine, cos lei non ebbe che da mettere negli armadi e nei cassettoni l'abbondante corredo, e disporre qua e l qualche oggetto personale.
Poi, quando vennero le visite dei parenti e degli amici, e tutti non fecero che elogiare il buon gusto moderno con cui la casa era stata ammobiliata, si convinse che aveva avuto torto per quella sua prima impressione sfavorevole, e specialmente ne fu persuasa quando l'Augusta e la Concetta, lontane cugine, gialle zitelle inacidite, e che Tista aveva battezzate la Nappona e la Dentona, ebbero le maligne bocche sigillate per fare il minimo complimento, mentre i quattro occhi porcini frugavano in ogni angolo e pareva che sprizzassero invidia.
Tista, certe mattine, cantava a voce spiegata in cortile, dando di tanto in tanto dei colpi secchi col frustino all'ellera intorno al pozzo:
Lei si mette le calze bianche
E le scarpette di brillantina;
Vieni, fai presto, scendi le scale,
Vieni, t'aspetta il tuo Battistin!
Poi interrompeva il canto per gridare:
- Non siete ancora pronta? Vi fate preziosa!
- Scendo subito - rispondeva Bettina di dentro la casa. - Mi appunto il cilindro e sono da voi. Non vi impazientite, caro Tista, sono pronta!
Poco dopo arrivava, reggendosi lo strascico dell'amazzone nera, su cui, certe volte, metteva un casacchino attillatissimo rosso pompeiano.
- Siete sempre pi bella, e vi perdono di avermi fatto aspettare - le diceva lui baciandole la mano con galanteria.
Poi l'aiutava a montare in sella e le si metteva accanto su un navarrino morello assai pi grande della cavalla araba di lei con la testa leggera, le gambe rinforzate, agile, elegante, pieno di fuoco.
La cavalla di Bettina tutta candida, con appena una spruzzatura scura sulla criniera, leggera e fine, aveva gli occhi neri, grossi, limpidi, lo sguardo risoluto e fiero, quasi imperioso ed era coraggiosissima.
La gente si fermava ammirata quando la bella coppia andava al passo per giungere alla campagna nel dolce paesaggio d'olivi, fra siepi novelle e prati teneri di verde, dove cominciavano a trottare con vivacit, finch Tista dava il via, e si gettavano al galoppo, ebbri nel sole.
Bettina s'era abituata a saltare gli ostacoli con freddezza imperturbabile, ci che esaltava Tista, il quale non sapeva se ammirare pi la moglie nel periglioso giuoco, o la stupenda cavalla che, diceva lui, era la figlia prediletta della natura, essendo la sua razza la prima del mondo.
Ritornavano a casa accesi in volto, famelici, felici, e prima di consegnare al ragazzo di stalla la sua bestia Bettina, invariabilmente, le dava un po' di zucchero e l'accarezzava con la bianca mano senza guanto, facendo mille raccomandazioni perch fosse subito curata a dovere e le si fosse generosi di biada.
Ma un giorno, appena smontati di sella, fu presa da una vertigine, e s'abbatt fra le braccia del marito.
...
Ora che stava per divenir madre le cavalcate insieme non furono pi possibili, e Tista montava alternativamente l'uno o l'altro cavallo, per farli muovere; spesso Pietro accompagnava il cognato. Si era laureato in medicina e aveva cominciato a esercitare la professione. Molto tempo lo passava dal cognato dove si stava allegri e in pace, cos non era costretto, come in casa sua, a vedere lunghi musi e a sentire allusioni poco piacevoli, dopo che aveva manifestato il proposito di sposare la Gesuina, florida e bionda figlia di onorati ma piccoli borghesi.
Bettina, i primi tempi della gravidanza, soffriva assai anche per il gran caldo, e la madre le offerse ospitalit nella villa di Viareggio, al solo patto che "quello l" (sarebbe stato Tista) si comportasse come si conveniva a persone del loro rango. La suocera non aveva potuto perdonare al genero il famoso discorso al banchetto di nozze a proposito del poeta Celoni. E Bettina prefer restare a casa sua. Verso sera scendeva in giardino, andava a sedersi sotto il grande oleandro rosso che era tutto un fiore, e quel profumo amarognolo le piaceva infinitamente. Tista, a volte, le teneva compagnia leggendo La gazzetta di Lucca, mentre la moglie agucchiava intorno a qualche minuscolo indumento per quello che doveva nascere.
Il cielo si faceva allora tutto chiaro d'un rosa perlaceo, limpido, e veniva quel buon vento dal mare non lontano che faceva stormire leggermente gli alberi e dava un gran refrigerio. Era allora che Poldo, il giardiniere, pompava l'acqua dalla cisterna e annaffiava petunie e zinnie, salvie rosse e begliuomini e le prime margherite di San Michele.
Gi le rose erano sfiorite, e ai garofani, allineati nei vasi di coccio, restavano pochi e deboli fiori; solo i gerani resistevano in una fioritura lussureggiante e perpetua.
...
Tista, un po' per la professione, un po' perch andare in giro era per lui indispensabile come respirare, ora che Bettina non usciva che per andare alla prima messa - e certe volte si sentiva cos male che doveva contentarsi dell'ultima - stava molto fuori di casa. Non di rado dimenticava perfino l'ora del desinare e della cena. Rientrando, faceva mille tenerezze alla Bettina, le portava dolciumi e frutta per vedere se riusciva a farle mangiare qualcosa che l'appetisse, ma nemmeno si scusava del ritardo, n le diceva dove fosse stato. Se era lei che glielo domandava, allora, con la pi gran naturalezza le affermava cose inesatte alle quali la moglie talvolta credeva e tal'altra restava perplessa, trovandole contradditorie.
E se gli faceva osservare queste contraddizioni, egli rideva rumorosamente, dicendo che aveva scherzato per farla confondere, che la cosa non era come aveva detto, ma stava proprio cos e cos. Raccontava allora una storia qualunque, probabilmente anche quella inventata all'istante. Egli diceva delle allegre bugie quasi senza accorgersene, come fanno spesso i bambini per eccesso di fantasia.
Bettina non cercava di approfondire, per quanto, certe volte, provasse uno strano malessere e delle inquietudini leggere e vaghe. Stati d'animo che superava facilmente attribuendoli pi che altro al malessere fisico e alle sofferenze che continuavano nonostante il succedersi dei mesi. Anche adesso era costretta a stare distesa sul letto, quasi sempre, e soltanto verso sera scendeva in giardino facendo una piccola passeggiata e scambiando qualche parola con Poldo. Per si stancava subito e andava a sedersi, non pi sotto l'oleandro rosso, perch quell'odore amaro, troppo denso, ora che i fiori si sfacevano le dava la nausea; ma dal lato destro della casa dove, appoggiata al muro, c'era una pianta di cedrina, e ogni tanto ne strappava una foglia, strofinandola fra le dita per aspirarne l'essenza, oppure la mordicchiava. E questo le piaceva. Ella viveva con particolare e felicissima tenerezza quella miracolosa vita che palpitava in lei, ed erano giorni ansiosi, trascorsi tra sogni ed attesa. Talvolta era felice, ma poteva essere anche infelicissima se la solitudine la rendeva inerte e restava muta anche dopo il ritorno del marito, non ostante che ogni volta, al suo apparire, gli occhi le s'illuminassero di gioia.
Ma se Tista la vedeva seria le faceva subito una ramanzina burlesca, dicendo che se aveva le paturnie non le avrebbe voluto pi bene. Certo, la colpa era tutta di quel moccione che doveva nascere, perch la faceva soffrire, e le impediva di muoversi come prima; ma, appena nato, l'avrebbe accolto con un paio di sculaccioni per punirlo della sua cattiveria verso l'adorabile mammina.
La donna si sforzava di ridere e anche di parlare, ma si sentiva il cervello ottuso, come se dentro di lei si facesse un gran silenzio, un senso di solitudine enorme, per cui diveniva incapace di comunicare con chiunque, anche con Tista che le era cos caro. Allora bisognava tacere.
Per, appena rimaneva sola, l'afferrava il desiderio di avere una persona sulla cui spalla potere appoggiare la testa, sentirsi sorretta da braccia protettrici e piangere e dire tutte le cose dolci e tristi che andava rimuginando. Le sembrava che si sarebbe come alleggerita e rasserenata.
Ma non c'era nessuno vicino a lei; il cuore si serrava, ed era poi quasi impossibile ritrovare l'attimo per l'espansione.
Una volta si domand:
- Ma, dopo tutto, se anche potessi parlare, mi capirebbe Tista? Mi lascerebbe parlare, o appena mi vedesse piangere si metterebbe a ridere e a fare degli scherzi?
Nemmeno lei, in fondo, sapeva di che soffrisse, ma intuiva vagamente la solitudine del suo cuore, nonostante che si volesse persuadere che la sofferenza fisica aggravava quella dell'anima, sfuggente eppur reale, impossibile ad analizzare e pi difficile dunque a combattere, perch a lei stessa era incomprensibile che pur amando Tista, ed essendo riamata da lui, pur essendo madre, si sentisse troppo spesso sola, abbattuta, sfiduciata fin nella forza fisica. Chi poteva darle quella risorsa d'energia che le mancava? "Solo Iddio", si diceva. E sempre pi pregava con fervore.
...
Quel giorno di fine marzo c'era un gran vento e raffiche di nevischio. Pietro trov la sorella in poltrona, accanto al caminetto nella sua camera. Era pallida, con tracce di pianto intorno agli occhi che sembravano pi fondi nel volto affilato. Il fratello la baci sui capelli, accarezzandola, poi, trovatole il polso debole, le chiese se avesse mangiato, e le domand di Tista.
-  partito - rispose la sorella.
- Partito?
- S,  andato a Firenze, quattro giorni fa, per affari. Doveva tornare ieri sera, e non s' visto.
- Vedrai che verr stasera. Ma tu sei restata sola queste notti?
- Ci sono le donne, e se avessi avuto bisogno ti avrei mandato a chiamare.
-  stata un'imprudenza - disse il dottore.
- Che fai? - chiese Bettina vedendolo alzarsi.
- Aspetta.
Tir il cordone del campanello, e alla donna che comparve disse:
- Rosa, prepara un letto nella sala rossa. Ceno e dormo qui. Manda Poldo o il garzone ad avvisare a casa mia che stanotte non torno.
Non disse nulla alla Bettina, ma era irritatissimo contro quello scervellato di Tista che se n'era andato senza nemmeno avvisarlo, pur sapendo che il parto poteva avvenire da un momento all'altro, e lasciando la moglie affidata alle persone di servizio.
Pietro si sedette di nuovo vicino alla sorella e prese fra le sue forti mani quelle cos fini di lei che erano fredde.
Dopo la partenza di Tista la moglie era rimasta come smarrita, e la lontananza sua le faceva paura. Non aveva voluto far chiamare il fratello perch sperava che Tista tornasse subito, e un giudizio sfavorevole di Pietro su di lui le sarebbe troppo dispiaciuto.
- Che cosa c', dimmi, dillo al tuo Pietro. Hai pianto, e non devi: ti fa male.
- Ho paura, ho tanta paura! Stanotte, sapessi! Pensavo che sarei morta col bambino, qui sola, e Tista chi sa dov'era!
- Sciocchina! Tista arriver stasera. Ma non devi aver paura, sei sana, giovane, ben formata, e il parto  una cosa naturale. La levatrice mi disse ieri che tutto procedeva in regola. Del resto ora mi pianto qui e non ti lascer altro che quando sar divenuto zio. Sta serena e lascia le idee nere; non ti voglio vedere cos. Fai male anche alla creatura.
Nel morale come nel fisico Pietro somigliava molto alla Bettina. Alto, elegante, aveva lo stesso profilo forte e nobile di lei, gli occhi bruni, infossati, la bocca magnifica coi denti candidi, perfetti. Portava la barbetta a punta castano dorata, un po' pi chiara dei capelli.
Bettina si era alquanto rasserenata per l'affettuosit del fratello, del quale apprezz la delicatezza per non aver detta una parola contro il marito. Certo, con lui vicino, non avrebbe avuto pi paura. Ma perch Tista non era con lei? Dov'era dunque?
...
La nascita della bimba avvenne con un parto difficile, dopo due giorni di spasimo. La madre di Bettina era corsa ad assisterla, e il padre, preoccupato e ansioso, passeggiava nel salotto vicino alla camera della figlia.
Di Tista, nessuna notizia.
Dopo quel grand'urlo di Bettina, che non aveva pi nulla d'umano, la bimba fu ravvolta in fretta in un pannolino, poi in uno scialle di lana e messa nella culla cos tutta sporca, dove poco dopo cess di piangere e s'addorment.
Nessuno pens pi a lei.
Bettina moriva.
Ella ebbe la sensazione che tutte le vene le si svuotassero.
- Muoio - disse. - Mamma! Tista! Dio, abbi piet di me.
Pronunziando queste parole sent che la sua voce era come quella di un'altra persona. Le sembr di precipitare in un abisso mentre il cuore impazzava e a tratti rimaneva fermo, o cos le parve.
La lingua si rifiut ad ogni articolazione, le mascelle s'irrigidirono..
Ud Pietro che dava degli ordini secchi:
- Via i cuscini. Le gambe in alto.
Qualcuno l'aveva presa per i piedi.
- Ma  fredda marmata - sent dire ancora. Poi, non intese pi nulla.
Un attimo spaventevole, e sprofond nell'incoscienza.
...
Tista torn tre giorni dopo che la Sarina era nata. Una donnetta che abitava non lontano, vedendolo arrivare, grid:
- Signor Tista,  nata una bimba! Mi rallegro, mi rallegro!
Egli si butt gi dalla carrozza che non era ancora ferma, mentre la servit gli correva incontro dal fondo del cortile
-  nata una bimba!  nata una bimba!
Tista sal di corsa le scale gridando:
- Evviva! Evviva! Chi vuol la bella famiglia, incominci dalla figlia! Bettina? Bettina? Dove siete, Bettina?
In una stanza una donna fasciava la creatura.
Il padre se la prese in braccio, commosso, e si mise a saltare dicendo:
- Mimma bella! Mimma bella! Tesoro di babbo tuo!
Pietro entr, pallido per tante emozioni, per tante veglie.
- Taci, per Dio - gli grid.
Tista porse la piccola alla donna mentre guardava il cognato, sbigottito.
- Pietro! Che c'?
- Lo sai che  stata per morire?
- Chi? Bettina?
Sgran gli occhi; il terrore gli si diffuse sul volto.
- Sicuro, Bettina! E nemmeno si sarebbe saputo dove pescarti, scervellato!
- Ma dov' Bettina? Voglio vederla!
S'incammin per andare dalla moglie, ma Pietro gli sbarr il passo.
- Ora riposa - disse. - Non si entra. Forse si salva, ma non  ancor detto, e un'emozione la pu uccidere.
Se ne and chiudendo l'uscio sulla faccia a Tista che era rimasto annichilito. Allora si butt su una seggiola, e mentre si dava dei pugni nel capo, diceva:
- Vigliacco, miserabile! Oh Bettina, la mia Bettina. La mia Bettina!
Poi si mise a piangere, a piccoli singhiozzi, come un fanciullo.
 III.
Bettina, giovane e forte, si riprese abbastanza rapidamente, e pot allattare la bimba che cresceva una meraviglia bionda e bianca, con gli occhi come i fiordalisi.
Tista aveva spiegato alla moglie che da Firenze era andato in giro nei dintorni con un tale che voleva acquistare un bel terreno adatto per fabbricarvi una gran villa di cui lui sarebbe stato l'architetto e l'ingegnere.
Affare eccellente, e anche di molta soddisfazione. Cos, andando di qua e di l, erano passati i giorni, e aveva proprio perso il lunario. Oh! non era scusabile, lo sapeva bene! Parola di Tista, che, lui, non se lo sarebbe mai perdonato e proprio ne chiedeva scusa con tutta umilt alla adorata moglie che, forse pi indulgente di lui stesso, gli avrebbe dato l'assoluzione. Al diavolo anche il pi colossale degli affari, al diavolo qualunque prospettiva di ricchezza pur di poterle essere stato vicino in quelle ore terribili.
Per, a pensarci bene, la colpa era in gran parte della Sarina che, senza rispetto di sorta, s'era permessa di venire al mondo prima del ritorno del babbo.
- Ma ora - concludeva prendendo per il mento la moglie e vezzeggiandola come una bimba, mentre lei sorrideva, innamorata - ora non bisogna pensare pi a questo contrattempo n amareggiarsi la vita che  una cosa troppo bella.
Infatti, anche alla Bettina, la vita pareva davvero bella. La gioia di sentirsi viva, dopo aver visto da vicino la morte, e avere fra le braccia quella bambola miracolosa, sua, che, succhiandole il seno, le dava una dolcezza da non dirsi, le facevano dimenticare le sofferenze atroci dell'anima e della carne. E, sempre pi credente e fervente, era convinta che la Madonna le avesse fatta una grazia grande.
Pietro, una volta, trov Tista per la strada e gli disse duro, senza nemmeno stringere la mano al cognato che gliel'aveva tesa:
- Bada Tista! Se fai piangere Bettina, l'avrai da fare con me.
- Che ti piglia? Che c'?
Pietro s'avvicin ancora al cognato, e quasi gli sibil a denti stretti:
- Tu sei stato a Firenze con quella...
Tista croll le spalle:
- Storie! Chi te l'ha detto?
- Tutti lo sanno a Lucca.  una vergogna, uno scandalo! M'avevi assicurato che la tresca era finita prima che ti sposassi. Non sei che un parolaio. Ma ti dico: giudizio, e bada a te!
- Badare a che cosa? - Tista si volse risentito. - O che mi si crede tanto vigliacco che se una donna con la quale ho avuto a che fare per degli anni, a un dato momento mi chiede consigli e aiuto per i suoi affari, glieli debba negare? Fra noi non c' pi nulla.
- A chi la darai ad intendere?
- Ti dico che non c' pi nulla; siamo restati buoni amici. M'ha chiesto d'accompagnarla dall'avvocato perch lei non s'intende di niente per l'eredit del marito. I nipoti sono saltati fuori, e la vorrebbero spogliare di ogni cosa. Ho cercato di aiutarla. Che c' di male? Dopo tutto  una povera vedova; un po' di carit, siamo giusti!
Pietro rise ironico:
- Poverina la vedovella, che ne ha fatte pi di un Cacco! - E aggiunse burbero:
- In conclusione, meno storie, e bada a te, ti ripeto.
Gli volt le spalle andandosene per la sua strada mentre Tista prosegu dal lato opposto, fischiettando a fior di labbra, come faceva quando era annoiato di qualcosa.
"Gli si potesse seccare la lingua", pensava intanto, "a tutti i braconi che ficcano il naso nei fatti miei".
Come avesse ceduto di nuovo alle lusinghe dell'Elena, o la "bella veneziana" come la chiamavano tutti, non lo sapeva nemmeno, perch da parecchio tempo prima del matrimonio aveva rotto ogni relazione con lei. Un giorno l'aveva incontrata sulle Mura a braccetto con una sua amica, la quale aveva detto forte, vedendo Tista:
- Ecco il pi bell'uomo di Lucca.
Lui s'era sentito in dovere di fare una scappellata, mentre l'Elena, andandogli incontro con le braccia allargate e facendo una profonda riverenza, aveva esclamato di se stessa:
- Ed ecco la pi bella donna!
Parecchi anni prima ella era capitata a Lucca con una compagnia di comici affamati dove faceva l'amorosa. Un mercante di granaglie, attempatotto, se n'era innamorato, e lei, a furia di moine, era riuscita a farsi sposare. Poi, come, senza esagerare, aveva affermato Pietro, tanto da sposa, quanto da vedova, ne aveva fatte pi di un Cacco.
Anche se ormai non giovanissima, la si poteva dire bella: un frutto saporoso a giusta maturazione, cos bofficiotta e bianca, con i capelli biondi chiari legati in un gran ciuffo tutto riccioli nel mezzo della testa; sulla fronte e sulla nuca aveva tanti serpentelli d'oro, leggeri e volubili, che davano riflessi luminosi alle guance con le fossette. I maligni dicevano che se le tingesse con la barbabietola cotta, ma forse non era vero.
Parlando - voce insinuante e pastosa - aveva l'abitudine di abbassare spesso le palpebre, e quel movimento che poteva sembrare pudico, altro non era che un vezzo di raffinata civetteria, perch, quando gli occhi tornavano ad aprirsi, le pupille color delle olive avevano quello scatto assassino che a molti faceva girare il cervello.
Dopo l'ultima scappata Tista s'era promesso d'interrompere di nuovo i rapporti con l'Elena. Non sarebbe stato molto facile, perch doveva essere una mezza strega, dal modo come riusciva ad attirare gli spasimanti. Ma lui voleva troppo bene alla Bettina per darle un dispiacere di quel genere. Bettina era la dolce e pura sua donna. L'Elena era un'altra cosa, ma certo una gran bella cosa anche lei.
Ora Tista era preoccupato che qualche malevolo andasse a riferire alla moglie quello che Pietro sapeva e si propose di essere prudentissimo, anche se la Veneziana avesse tempestato. Ormai aveva famiglia e bisognava mettere la testa a partito. Quel viaggetto a Firenze gli era costato parecchio; l'Elena era famosa per farsi fare regali, senza aver l'aria nemmeno di domandarli. E a conti fatti, in un anno, fra mettere su la casa, i doni di nozze e tutto il resto, si trovava quasi al verde, e bisognava risolversi a vendere un podere.
Alla Bettina non avrebbe detto nulla, naturalmente. Poi, sarebbe tornato in Corsica per l'estrazione della potassa, e sarebbe andato anche in Maremma per tentare qualche bonifica. Avrebbe fatto l'oro a palate, ne era certo. Audacia, ci voleva. Se ne andasse dunque alla malora il podere; presto ne avrebbe comprato uno pi bello.
Il denaro va e viene, e non bisogna preoccuparsi mai. Del resto,  fatto per essere speso.
...
Dopo il marzo del 1814, allorch Elisa Baciocchi, minacciata dagli Inglesi gi sbarcati a Livorno, dovette andarsene, certuni, a Lucca, avevano in animo di ripristinare la repubblica e uno dei fautori pi attivi era Tista. Questo lo aveva messo in aperto dissidio con la famiglia della moglie. Bettina stessa, un po' per aristocrazia, molto anche per i suoi princip religiosi, e forse per l'influenza che esercitava su di lei il padre spirituale, era contraria alle idee del marito, per quanto non volesse assolutamente credere - nonostante le assicurazioni di sua madre, scandalizzata e furibonda - che quando entr in Lucca Maria Luisa, la spagnuola bigotta e superba, quella voce che dalla folla aveva gridato: "Io credo in Dio padre onnipotente, negli uomini poco, e nelle donne niente" fosse quella di suo marito.
E se lei insisteva per sapere la verit, egli rideva, facendo il pesce in barile.
Tista rise anche, e non poco, quando seppe che i suoceri erano andati in carrozza di gala al primo ricevimento dato da Maria Luisa, e avevano dovuto imparare il cerimoniale spagnuolo coi tre inchini.
Intanto, diciotto mesi dopo la Sarina, era nato un maschio, Luigi.
- Il figlio solo  il figlio della paura - diceva Tista contento, -  bello avere molti bambini.
A due anni di distanza nacquero i gemelli. Il padre li voleva assolutamente chiamare Romolo e Remo, ma Bettina non ne volle sapere. A uno fu messo nome Ilario come piaceva a lei, all'altro Leone, perch diceva, Tista, i bambini parevano due leoncelli, tanto erano biondi e robusti.
Nel settembre del 1819 a Lucca fu inaugurato il teatro del Giglio in omaggio allo stemma dei Borboni. Vi si dette La rosa rosa e la rosa bianca di Mayer; l'Aureliano in Palmira di Rossini, e il ballo La vendetta d'amore.
La grande stagione era in settembre, quando c'erano le feste di Santa Croce. Ai tempi dei Borboni il teatro d'opera lucchese veniva secondo, dopo la Scala, e i forestieri vi accorrevano da tutta Italia.
I genitori della Bettina, che avevano il palco, invitavano sempre la figlia, perch il genero, dopo la prima volta, non volle sapere di andarvi.
- Io non ci vengo, veh! A teatro ci si va per divertirsi, e il vostro pare il palco della penitenza!
Se ne andava in un altro a far baldoria, con gli amici. Applaudiva troppo rumorosamente, e magari lanciava qualche sibilo flautato se il tenore faceva la stecca.
La Bettina soffriva, e come se questo non fosse abbastanza i parenti brontolavano:
- Ma che donna sei a sopportarlo?  uno scandalo! Si deve vedere un ammogliato comportarsi come uno studentello e all'uscita andar dietro alle cantanti! E che contegno! I suoi battimani, le sue risate sono le pi forti di tutti!
Ora la Bettina trovava delle scuse per non andare a teatro, che pur l'avrebbe divertita moltissimo. Un bambino indisposto, l'emicrania, la stanchezza....
Nell'intimit Tista le dimostrava un gran bene, ma mai, per quanto glielo avesse chiesto, era riuscita a sapere come andavano i suoi affari.
In quegli anni era stato due volte in Corsica, spesso a Firenze, ed anche in Maremma. Tornando portava regali alla moglie, ai figli, alla servit.
Bettina, allarmata, gli ripeteva:
- Avreste dovuto nascere un Bonvisi, che ferravano i cavalli con l'argento.
E la suocera:
- Quello ha le mani come un colabrodo; Dio solo sa come andr a finire!
Alle insistenze della moglie che desiderava essere messa a parte dei suoi lavori, dei suoi guadagni - ormai era venuta a conoscenza del podere e di una casa venduti, oltrech di un salasso alla dote di lei, con la promessa non mantenuta di ricomporre presto il capitale. - Tista le diceva:
- Vi manca qualcosa? Le donne non devono impicciarsi degli affari. Anche Domine Dio ha detto all'uomo "Lavora!". Io sono uomo e lavoro. Voi, Bettina mia, pensate ai rampolli e alla casa.
Ma Bettina era poco tranquilla, specialmente per l'avvenire dei figli; anche i suoi parenti non dovevano esserlo, perch quando lo zio Alfonso mor, non lasci nulla alla nipote, e la parte a lei destinata l'ebbero i suoi figli, che ne sarebbero entrati in possesso alla maggiore et.
Nei periodi in cui il marito era in viaggio scriveva rarissimamente:
- Uno scrive che sta bene - diceva con frase espressiva, anche se non troppo elegante - e quando arriva la lettera pu anche essere che abbia tirato le cuoia.
Per Bettina se ne angustiava; spessa stava in ansia. Era anche gelosa e soffriva dopo che la Nappona e la Dentona erano andate a trovarla, proprio per farle intendere che stesse con gli occhi aperti a proposito della Veneziana e di qualche altra ancora.
La moglie gli aveva fatte delle rimostranze, irata e piangente, lui le aveva asciugate le lacrime, negando e ridendo, assicurando che la Nappona e la Dentona s'erano volute bassamente vendicare di lui, perch quando erano pi giovani - ma sempre brutte come il peccato mortale - s'erano ficcate in testa che almeno una (visto che qui non  come tra i turchi dove  permesso prendere diverse mogli) se la dovesse sposar lui.
- Che stomaco, che ci sarebbe voluto - concludeva con una smorfia buffa.
La moglie era poco convinta di quelle sue chiacchiere, e si sentiva umiliata che la considerasse come una bambina a cui si pu far credere tutto. A poco a poco, ferita e orgogliosa, gli aveva taciuto la sua pena, e il dubbio si assopiva, si addormentava di sonno leggero ad ogni nuova tenerezza di lui.
Ma che sofferenza, a volte! Si era rifugiata completamente nell'amore dei figli, nelle cure per loro, nella religione.
Oltrech alla prima messa, verso sera andava in chiesa, presso l'altare della Madonna a godersi un'ora di pace, dopo tanti pensieri, spesso crucciosi, di ogni giorno.
In chiesa si sentiva come in un mondo diverso, pi elevato e pi vicino a Dio.
Il suo svago era anche di fare bei ricami di tappezzeria; aveva un gusto straordinario per il colore, e siccome conosceva bene il disegno, cos faceva delle cose veramente artistiche. Certe volte avrebbe voluto sfogare con qualcuno il suo chiuso cuore. Ma con chi? La madre non avrebbe fatto che esacerbare la pena con inutili invettive contro il genero.
Pietro era in dissidio con Tista, e raramente si faceva vedere. Ma quando ella poteva stare col fratello, accanto a lui dimenticava la sua melanconia, e se non lo vedeva per diversi giorni, le sembrava che la vita le pesasse e le si sperdesse l'anima pi del consueto. Pietro era un uomo di qualit eccezionali che capiva tutto, anche se lei non gli parlava, e talora Bettina avrebbe voluto abbracciarlo e restare cos in silenzio a piangere, fra le sue braccia.
Che poteva dirgli ch'egli non intuisse? Sono tante le cose che si tacciono, pi ancora di quelle che si dicono, forse perch quando arrivano a un certo grado di dolore  inutile parlarne, se si abbia la convinzione che non c' rimedio possibile.
Ma le era tanto dolce sentire che il fratello la comprendeva e soffriva per il suo soffrire, fatto di delusione e di sconforto nonostante che ella amasse ancora il marito.
Di veramente positivo c'erano i figli che crescevano tanto bene.
La Sarina, di quasi otto anni, che delizia! Era gaia come un acquazzone di primavera. Talvolta s'aggrappava alla madre, e le diceva:
- Sapesse come le voglio bene, mamma! Io non mi sento mai sola, perch  come se avessi il mio cuore appiccicato al suo.
Anche Tista adorava i figliuoli, ma a modo suo, e spesso li viziava; anche per questo, fra lui e la moglie, le liti non erano poche. Veramente a litigare era lei, mentre egli crollava le spalle dicendo delle burlette per vedere di farla ridere.
Ma da un pezzo Bettina s'era fatta pi seria, e invece di ridere si mordeva le labbra per non piangere e non dire al marito delle parole dure.
...
Quel pomeriggio la Sarina era balogia, e non aveva voluto nemmeno montare sull'altalena sotto il leccio, ed essere spinta da Luigi, il che la divertiva tanto, mentre gettava dei piccoli gridi di gioia. La sera non volle mangiare, e nella notte le venne la febbre alta e delir.
Tista, allarmato, corse a chiamare Pietro. Furono giorni atroci fra terrore e speranza. Il padre s'affacciava alla camera della bimba, ma non sempre riusciva a varcarne la soglia. Qualche volta si faceva forza, e in punta di piedi, s'avvicinava al letto, poi se ne fuggiva per non scoppiare in singhiozzi.
Bettina sembrava impassibile, muta, senza una lacrima, con gli occhi arsi, instancabile giorno e notte.
Quando si avvide che la Sarina moriva, se la prese in braccio e pens:
-  fra le braccia della sua mamma: la morte avr paura di me, non me la potr pigliare.
Invece se l'era presa!
Aveva agonizzato due ore fra le sue braccia, poi s'era spenta verso l'alba. La mamma l'aveva vestita di bianco. Aveva mandato a raccogliere tutti i rami delle roselline novelle in fondo al giardino e glieli aveva messi intorno.
Tista s'era chiuso in camera, e gettato sul letto, si dibatteva con urli che non sembravano umani.
Quando, pi tardi, Luigi si svegli, la madre and da lui, lo strinse al cuore e gli disse:
- La Sarina  andata in paradiso.
Il bimbo divenne cupo. Si ricord che lo zio Alfonso dopo che era andato in paradiso, non era pi tornato:
- Allora non torna pi? - chiese alla madre - proprio pi?
- Proprio pi - gli rispose la mamma, allargando le braccia, e lasciandole ricadere, desolata.
Poi si sedette, affranta, e il bimbo le mont sulle ginocchia, le butt le braccia al collo, con la testa appoggiata sulla spalla di lei.
Restarono a lungo in silenzio, cos.
A un tratto Luigi si divincol dalla madre, corse alla finestra ancora socchiusa e la spalanc.
Si mise a gridare con tutta la voce, proteso, guardando il cielo:
- Sarina! Sarina! Sarina!
E rivolto alla mamma disse:
- Provi a chiamarla anche lei, forte, ma forte! Forse ci sente e ritorna.
...
Dopo la morte della Sarina alla madre era parso che anche il sole si dovesse spegnere con la sua creatura. Poi si era scossa, perch se Iddio le aveva dato quel dolore, le aveva pur concessa la forza di sopportarlo, senza la quale si sarebbe abbandonata alla disperazione. Si era fatta coraggio per il marito, che era irriconoscibile, muto, con lo sguardo assente, per Luigi, per i gemelli e anche per quell'essere che le palpitava in seno, e che fu poi Margherita.
Da prima Bettina, cominciando a muoversi, ad agire, aveva compiuto tutto automaticamente; le sembrava anche che la casa fosse divenuta d'un tratto silenziosa e che perfino le voci dei bambini vi cadessero senz'eco. Era lei a consolare il marito, disperato, mentre avrebbe avuto tanto bisogno di essere sorretta e confortata.
Tista le diceva allora:
- Siete forte voi! Beata voi! Ma io, questo dolore, non lo sopporto. E se Iddio c',  stato crudele e spietato a levarmi quella creatura.
Bettina, terrorizzata, gli metteva una mano sulla bocca
- Tacete, non bestemmiate! Egli solo sa perch ci vien dato il dolore!
E pregava il Signore pietoso di non ascoltare la bestemmia di suo marito.
Tista, col passare delle settimane dal giorno della sciagura, lo si vedeva spesso piangere. Si sentiva come spinto verso la montagna, dove gli pareva di trovare un po' di conforto, e restava fuori due o tre giorni.
Bettina girava allora per la casa, fra il cicaleccio garrulo e inconscio dei bambini intorno al vuoto del suo cuore. A momenti le sembrava che con la morte della Sarina la sua esistenza si fosse come annullata. La vita le appariva buia, la stanchezza infinita.
Ella, certe volte, vedeva che Luigi, a giuocare solo in giardino, si annoiava. Ilario e Leone erano ancora troppo piccoli per interessarlo. La sua compagna era volata nell'azzurro e si era perduta nel cielo, e la madre non poteva pensarlo senza che l'anima le si contraesse atrocemente.
Poi venne giugno, che prima era tanto gioioso! Si preparava il bagaglio per andare a Viareggio dalla nonna. Ora non pi.
Sarina aspettava tutto l'anno il ritorno dell'estate, sognando il mare, il bel giardino dietro la villa, tutto pieno di fiori e di farfalle. Ma la mamma non l'avrebbe visto pi il suo fiore tra i fiori, a inseguire le farfalle. E Luigi quest'anno andrebbe solo.
In qualche momento di sofferenza maggiore anche le succedeva che, vedendo i fiori, gli alberi, le stelle o qualche cosa bella che era piaciuta alla piccola, pensasse che non aveva pi diritto di guardarla. E che fitta al cuore, da farla impallidire, quando per la prima volta, quell'anno, portarono a tavola le ciliege!
Erano state la delizia della bimba che amava metterle come buccole agli orecchi, mentre, saltando, cantava una canzonetta. Oh, certo, non ne avrebbe mangiate lei, ora che la Sarina non poteva goderne pi!
Poi, a ridare alla vita il ritmo consueto, contribu la nascita di Margherita.
 IV.
O spiritelli vagabondi e mattacchioni che a notte alta v'infiltrate nei mobili per curiosare nei bene ordinati cassetti e giuocate a rimpiattino fra la biancheria odorosa di spigo, fra le scatole dove sono custodite vecchie trine color avorio e qualche gioiello di cui donna Bettina pi non s'adorna da tempo immemorabile, o spiritelli mattacchioni, non fate troppo rumore. Ecco! Per una vostra capriola sgraziata avete disturbata la siesta a quel sornione di tarlo che abita nella cassapanca cinquecentesca, dove la signora ha riposto, cosparsi di pepe in chicchi per tenere lontane le tignole, i suoi quattro meravigliosi scialli di Cascemire e di Ternaux. Ora, anche il tarlo s' messo al lavoro con energia, come se volesse compiere urgentemente il lavoro distruttivo.
Leggero che un niente la sveglia  il sonno della vecchia signora, dovreste saperlo, spiritelli maleducati, ed ecco che fra voi e il tarlo le avete fatto spalancare gli occhi.
Si porta una mano al cuore, e cerca di fare un respiro fondo, due o tre volte; pochi secondi in cui le sembra di soffocare; ma a poco a poco il battito torna normale, e donna Bettina - in orgasmo - scatta, seduta sul letto. Forse non ha sentito la sveglia, e l'ora della messa a Santa Felicita  gi trascorsa? Accende la lucerna, e sorride consolata. Non sono che le tre e un quarto.
Cerca di riprendere il sonno, donna Bettina! Ti fa male non passar mai una notte tranquilla, assillata da quel pensiero. Luigi, il tuo figliuolo che ti vuole tanto bene, e che  anche un bravo dottore, ne  preoccupato, e ti rimprovera di questa fissazione. Eppoi ho ancora da raccontare molte cose della tua vita. Guarda di dormire. Ti prometto che sar io a svegliarti in tempo per andare in chiesa.
- Sapessi com' difficile riprendere il sonno - tu dici; - e quel tarlo  tanto noioso! - Bisogner chiamare un legnaiuolo che cerchi di ammazzarlo. E anche bisogner togliere gli scialli, tenerli un po' all'aria, e riporli ancora con del pepe nuovo e fresco, che quello che ci mettesti deve aver perso l'odore. Se un giorno la Bianchina e la Pia si sposeranno avranno in dono da te uno scialle per ciascuna, e uno per ciascuna ne avranno pure la Mariannina e l'Angela, le figlie della tua Margherita. A quale delle quattro nipoti toccher lo scialle azzurro a palmette rosa e argento?  il pi bello, quello di maggior valore, quello che tu, Bettina, mettesti una volta sola, mentre ti piaceva tanto! E anche adesso, quando lo riprendi per vedere se le tignole l'hanno rispettato, le mani tremano leggere, e il dolore, lo sdegno, la delusione, l'angoscia, risorgono come allora e t'afferrano, e ti fanno male. N' passato del tempo, da quella volta!...
Guarda di dormire, donna Bettina, e scaccia i fantasmi del passato.
- Ma sono vivi i fantasmi! - mi rispondi - e vengono a trovarmi fino nella mia stanza. Guarda! Guarda!...
Seguo i tuoi occhi che accennano verso la cassapanca che s' aperta a met, tanto da permettere allo scialle azzurro a palmette rosa e argento di venire fuori; ecco, ora si dispiega tutto come una bandiera per mostrare la sua bellezza.
Ma di chi sono quelle mani bianche, grassoccie, tutte fossette, che si tendono bramose verso lo scialle?  lei,  lei che lo afferra e vi si avvolge, e balla sulla cassapanca, con languidi inchini e piccoli passi, come se eseguisse un minuetto.
 lei!
L'hai riconosciuta dal sorriso, dal modo di abbassare ed aprire le palpebre, da tutti quei riccioli biondi sulla fronte e sul collo.  lei, la Veneziana, la strega, la diavolessa bionda che, certo, nella scarpetta di brillantina nasconde il piede forcuto.
- Donna Bettina, - ti dico per calmarti, - l'Elena, quella per cui hai tanto sofferto  morta di miliare, or sono molti anni, dovresti pur ricordarlo. Non bisogna serbar rancore ai poveri morti che nemmeno si possono difendere perch hanno la bocca ripiena di terra. Tu sei cristiana, Bettina! E ora sta quieta. Non  che un sogno.
...
Tista le aveva detto, porgendole lo scialle, al ritorno di un suo viaggio:
- Il mercante mi ha mostrato la garanzia avuta a Parigi, che non ve ne sono che due: questo e un altro per cui  in trattative di venderlo a una marchesa fiorentina.
Lo scialle le aveva rapito un gridolino di gioia; era giovane, allora, Bettina, e bella, e le piaceva vestir bene. Soltanto il pensiero della spesa certo forte, l'amareggi, e lo disse, preoccupata, al marito.
- Ma quanto, quanto avrete speso? Non dovete, non voglio. Sono sperperi, sono follie!
- Anch'io non avrei voluto comprarlo - rispose Tista - e proprio nel programma non ce l'avevo messo. Ma come si fa, dico io, come si fa, quando si vede una meraviglia simile a non prenderla? Quel maladias del mercante mi conosce, e sa il mio debole per le cose belle. Eppoi la mia Bettina meriterebbe ben altro che questo! Senti che morbidezza!
Glielo aggiustava sulle spalle con tocchi sapienti:
- Deve essere un piacere a sentirselo addosso.
E fu davvero un gran piacere quando Bettina lo rinnov per le feste di Santa Croce.
Da che aveva l'uso della memoria si ricordava di non aver mai tralasciato di andare in Duomo, quando veniva scoperto il Volto Santo, e sempre era tornata a casa felice, serena, col cuore leggero, perch aveva potuto fissare Ges senza abbassare gli occhi. Fino da piccola le avevano insegnato che chiunque fosse in peccato mortale non poteva sostenere quello sguardo che leggeva nell'anima di tutti, come in un libro aperto.
Anche le avevano detto che una volta Elisa Baciocchi aveva dovuto lasciare in fretta la chiesa, tutta confusa, con grande scandalo della gente pia. Ma chi sa se questa era una storiella inventata dagli avversi ai napoleonici, o un fatto successo davvero?...
Questa volta Bettina - aveva trentott'anni, e la sua bellezza matronale era completa - s'era messa lo scialle azzurro a palmette rosa e argento, appuntato sul petto da uno spillo dove, contornato da diamantini, era il ritratto di Tista in miniatura. Andava in Duomo, conducendo Luigi di quindici anni, alto e pallido, coi grandi occhi bruni e melanconici, e quei diavoli scatenati d'Ilario e Leone biondi, occhi azzurri, bellissimi, identici, e la gente si voltava a guardarli. Per mano teneva la Margherita, settenne, che rassomigliava molto ai gemelli, ed era un amore con l'abitino di mussola bianca e il cappello a "Pamela" di paglia fiorentina.
Uscendo dalla chiesa, proprio sulla soglia, Bettina s'imbatt nella Veneziana che non aveva - oh! no! - abbassati gli occhi, anzi glieli aveva piantati in faccia, mentre sulla bocca le correva un risolino ironico leggero leggero, che a Bettina parve provocatore. Anche lei aveva lo scialle identico al suo, e le pass cos vicina, che, certo, le frange di tutte e due dovettero sfiorarsi.
Non v'era dubbio. Tista aveva comprato gli unici esemplari uno per lei, uno per quella svergognata. Altro che marchesa fiorentina! Menzogne! Menzogne! Egli non viveva che di menzogne! Che avvilimento! Che miseria!
Bettina s'afferr instintivamente alla spalla di Luigi che le era vicino, stringendola forte.
Egli volse il capo verso la madre, stupito.
- Che ha, mamma?
Lei non poteva rispondere perch aveva la gola chiusa e le pareva di soffocare. Il giovinetto ripet:
- Che ha, mamma?
La vide indicibilmente pallida.
- Ma lei si sente male, mamma - disse, fermandosi in apprensione.
Con sforzo supremo la madre sussurr:
- Cammina, cammina.  stato il caldo, l'odore dell'incenso, forse. Andiamo a casa.
Le parve ad un tratto che il cuore le fosse divenuto enorme, e che le occupasse tutto il petto, battendo forte.
- Illusa, illusa!  inaudito,  una cosa di cui  difficile pensarne una simile!
Non sapeva se altri, nella vita, avesse subta quella pena nuova, che era inaspettata e terribile.
A casa s'era strappato con violenza lo spillo che teneva appuntato lo scialle, e forse, a guardar bene, anche ora vi si sarebbe potuto rintracciare qualche filo spezzato.
Ma non aveva versato nemmeno una lacrima. Lo sdegno, l'orgoglio ferito le avevano dato una sferzata, e s'era detta:
- Non devo piangere! Non devo! Egli non merita le mie lacrime.
Chiusa a chiave nella camera cammin avanti e indietro per un pezzo, poi s'abbatt sul letto, e le parve che il peso della vita fosse tanto grave e l'anima deserta.
Si guard attorno con angoscia; pens a un cuore che la comprendesse, e a cui potere dire tutta la disperazione che le urlava dentro e pareva volesse annientarla. Ma non aveva nessuno. Il babbo e la mamma, morti, e anche il suo Pietro, da quattro anni, ormai.
Gli altri fratelli, Giuseppe e Martino, stavano a Roma, e venivano a Lucca una volta all'anno per riscuotere dall'amministratore il reddito dei raccolti. Allora facevano alla sorella una visita quasi d'etichetta. Le portavano, invariabilmente, un rosario con la medaglia di San Pietro, benedetta dal Papa, e alcune bottigliette lunghe lunghe di acqua della Scala.
Alla Margherita regalavano una fusciacca a strisce di tutti i colori, di seta romana, o dei nastri dello stesso tipo, per fare fiocchi o cravattine. Al cognato e ai nipoti maschi non regalavano mai nulla.
Bettina sapeva che a sopportare il suo tormento doveva essere sola. Separarsi dal marito sarebbe stato un rimedio per soffrire forse di meno, ma non le era consentito perch il matrimonio  indissolubile, e i figliuoli avevano tanto bisogno di lei quanto pi il loro padre era scervellato, fatuo, cattivo.
Bisognava restare, essere coraggiosa, anche se le sembrava, a volte, che sarebbe stato molto meglio poter rinunziare alla sua tremenda nobilt di carattere, per avere il diritto di essere vile, di piangere, di abbattersi.
Allorch vennero a dirle che il desinare era pronto si ravvi i capelli, cercando di apparire disinvolta.
Tista, che dalla piazza aveva visto, allibito, l'incontro fra la moglie e l'amante, le si avvicin umile, ad occhi bassi:
- Bettina! - esclam. E voleva dire: "Vi chiedo perdono...".
Ma ella lo interruppe:
- Vi proibisco di dire una parola di pi - sussurr piano, a denti stretti perch i figli non udissero. - Vi proibisco di parlarmi - ripet.
E, certo, doveva avere gli occhi terribili, perch il marito chin la testa e rest in silenzio.
Capiva di averla ferita a sangue, e che aveva tutte le ragioni. Anche le fu grato di risparmiargli una scena di litigio e di pianto.
Pi tardi Tista, sullo scrittoio, trov una lettera sigillata a lui diretta:
"Se non me ne vado", aveva scritto la moglie, " per dovere verso i figli, e per non fare uno scandalo. Non avremo fra noi pi nulla da dire, eccettuato che per le cose pratiche, di ordine comune. Da stasera la camera che fu nostra diventa esclusivamente mia, e con me dormir la bambina. Per voi ho destinato la stanza verde al piano di sopra".
Tista, afflittissimo per l'accaduto, giur a se stesso di non rivedere pi la Veneziana, che era divenuta imprudente, sfacciata, procurandogli tanti guai, e anche per il lato economico la sua esigenza non aveva pi limiti, e tutti i pretesti erano validi per spillargli denaro. Gli affari, negli ultimi tempi, non erano stati prosperi. Tutt'altro! Altri due poderi e un'altra casa erano stati venduti, e tutto era sfumato in fantastiche imprese. Bettina era una santa donna, e lui non era stato degno di tanta fortuna. Doveva, con tutta lealt, riconoscere d'essersi comportato sempre come un miserabile. Ormai aveva cinquant'anni, e il dente del giudizio avrebbe dovuto essergli spuntato da un pezzo.
"Bisogner essere accorti", andava dicendosi, "e abili, per riconquistare la fiducia della Bettina", perch l'amore, s'illudeva di non averlo perduto.
Ma intanto le disgrazie vengono sempre a coppia, come le ciliege, e se quella malaugurata impresa per la bonifica maremmana seguitava ad assorbire sacchetti di scudi come gocce d'acqua, presto avrebbe dovuto disfarsi anche della casa dove abitavano e andare nell'altra propriet, pi modesta, dove erano diversi quartieri affittati ad estranei.
La moglie non sapeva ancora nulla di questo non allegro progetto, e chi sa come l'avrebbe accolto. E quanti rimproveri, perch certo, lei, attribuirebbe pi alla Veneziana che all'ingrata terra di Maremma, l'assorbimento di tanto denaro. Anche se questa non era la verit esatta, era umano, comprensibile, che la moglie lo credesse. Molto pi che a poco a poco era divenuta diffidente peggio di San Tommaso, mentre prima beveva come acqua fresca le cose pi strampalate ch'egli le dava ad intendere.
- Basta - concludeva Tista nel suo ragionamento; - tiriamo avanti alla meglio.
Ma era irritato, non tanto perch Bettina lo aveva messo in castigo, quanto per averla offesa, ferita spensieratamente, in un modo cos balordo.
Con l'andare del tempo Bettina, ferma nella promessa fatta a se medesima, non rivolse al marito la parola altro che per cose d'indole pratica, e se lui pi volte, pentito, umile, aveva cercato di riconquistarla ella lo aveva allontanato altera superba, implacabile, pur sapendo che con la Veneziana tutto era finito da che la donna, passata a seconde nozze, abitava in campagna, sorvegliata da un marito geloso come Otello, che non le permetteva nemmeno di affacciarsi alla finestra: per lei era arrivato il gastigamatti.
...
Bettina passeggiava sola in giardino, e ad un tratto si stup che di fronte alla favolosa bellezza di quel tramonto non le si riempisse l'anima di tenera ansia come, pensando a Tista, al tempo che questi le prendeva ogni pensiero. Ora era insensibile, come arsa. Quelle campane che dondolavano lente, e che insieme allo stridio delle rondini riempivano il cielo la lasciavano come estranea, assente. Aveva anche l'impressione di ritrovarsi in un altro mondo, senza sapere n come n da dove fosse venuta, di essere tornata da un paese di sogno, e che per uscirne avesse dovuto cadere da una grande altezza; certe volte le sembrava pure di avere le ossa spezzate, oltrech l'anima.
Dura, era stata la scuola dove aveva imparato a considerare la vita cos dissimile da come l'aveva immaginata da giovane sposa!
Si avvedeva che il tempo era passato rapido, pur essendo stato cos lungo e ininterrotto per il suo soffrire.
Bisognava pensare che Iddio, suo unico rifugio, l'avesse aiutata a raggiungere quello stato di grazia in cui non era pi possibile soffrire (Lo aveva tanto pregato per questo!) se vedeva le cose come le vede la maggior parte dell'umanit, con assoluta chiarezza e indifferenza. Ma quale forza aveva dovuto imporsi a volte per non piangere dinanzi a Tista che per lei aveva rappresentato il sogno, e tutta la bellezza della vita! Aveva anche compreso che il suo amore le era apparso cos, perch era lei che lo aveva rivestito col suo entusiasmo. Ma tutti i colori smaglianti di cui per natura ella sapeva illuminare anche le pi semplici cose, avevano finito col ferirle gli occhi, e in certe ore aveva bisogno del buio per non ricordare nemmeno la gioia che ogni giorno le aveva donato il sole.
E quel pazzo suo cuore, che avrebbe voluto in certi momenti annegare nella pena, come bisognava sostenerlo a gara col cervello!
Dietro il consiglio del padre spirituale che la induceva ad essere indulgente verso il marito, aveva tentato di essere generosa con lui, ma non v'era riuscita. Come poteva, se la sua ricchezza d'amore, la fiducia in lui, l'entusiasmo verso la vita erano stati bruciati in un solo fal, da quell'uomo incosciente come un fanciullo? Troppo era stata ingenua, e per troppi anni era passata fra delusioni e tremuli sprazzi di speranza. Poi, ad un tratto, s'era sentita penetrare da una forza di volont che prima le era ignota, pur essendo assopita nel suo essere pi profondo, e a quella s'era aggrappata. Non voleva pi soffrire, per tutto il dolore inutile che Tista le aveva dato. C'era restato un vuoto al posto del cuore, da colmare col ragionamento, se non aveva voluto stramazzare a terra, con le braccia distese come su una croce. Le era avvenuto anche di desiderarlo, qualche volta, ma allora, pentita, era andata a confessarsene. Siccome era cristiana pensava che lo sapeva Lui solo, Iddio, perch a volte la sua pena fosse cos acuta da sentirsi stritolare, e a lei non restava che pregarLo perch la rendesse insensibile.
C'erano i figli, sicuro, sicuro, il sangue del suo sangue, che sembravano aggrovigliati a lei da cento tentacoli indistruttibili; un amore vigile, ansioso, struggente.
Perch l'amore pei nostri figliuoli  qualcosa che ci lima la vita, perch  fatto di ansia, perch in noi c' il continuo volere il bene per loro che infine ci annienta. E le nostre povere spalle diventano piagate dal peso di questa croce sublime. Bettina non voleva essere ormai altro che mamma.
 V.
Per ogni figlio che era venuto, la Bettina aveva piantato in giardino con le proprie mani, uno accanto all'altro, un piccolissimo pino italico. Erano cinque che crescevano a scala, come i fanciulli, e che da loro avevano preso il nome.
Cos il primo, "l'albero della Sarina", era il pi alto e fronzuto, quello in cui il sole amava infiltrarsi con mille scherzi scintillanti. La madre, ogni giorno, andava a sedersi l sotto, e spesso abbandonava sulle ginocchia un ricamo o un libro e si perdeva a fantasticare.
Non era forse trasfusa nell'albero, la sua Sarina? Quei ciuffi di aghi tenerissimi, in cima alle vette dorate in pieno dal sole, non erano forse i suoi capelli?
Poi, ad un tratto, scuotendosi, si faceva scrupolo della cara fantasia cos pagana.
"Sciocca, sciocca Bettina", si diceva. "La mia bimba  con gli angeli del buon Dio, e prega perch la vita della sua povera mamma sia degna di andare a raggiungerla quando scocchi l'ora".
E le era estremamente dolce e consolante pensare che la figlietta le avrebbe tese le manine nell'ora del trapasso, per tirarla su.
Come Tista aveva preveduto, la casa e il bel giardino furono dovuti vendere, e quando Bettina varc per l'ultima volta la soglia dove era entrata giovane sposa felice, quello che pi di tutto la fece soffrire, fu di non potere portarsi via l'albero della Sarina.
La casa dove andarono era semplice, assai grande, ma non certo come quella che avevano dovuto lasciare. Non aveva giardino, ma una corte in comune con altri inquilini, e, dalla parte della cucina, c'era un terrazzo assai vasto per stendere il bucato e tenere qualche fiore nei vasi di coccio.
La servit fu licenziata, meno la Rosa che raddoppiava di zelo, ed era afflitta quando, non potendo arrivare a tutto, vedeva la padrona compiere le faccende anche grossolane, per venirle in aiuto.
Non essendo abituata, Bettina si stancava molto, e certe volte piangeva, pur accettando, rassegnata questo stato di cose come una mortificazione necessaria ai voleri di Dio, per la salvezza della sua anima.
Quell'anno Luigi, che aveva frequentato a Lucca il liceo universitario, part per Firenze a studiare medicina alla scuola di Maurizio Bufalini.
Strano tipo di mistico, Luigi! Per lui, qualunque cosa rappresentava il superfluo, e per donare ai poveri quanto pi potesse, faceva delle dure economie. Era di carattere dolce, ma con una volont formidabile che esercitava, senza parere, sui compagni, sui fratelli, qualche volta anche sulla madre.
Quasi ancora ragazzo s'era lasciato crescere la barba; il padre tornando da un viaggio, quando lo vide cos barbuto, pallido, serio, con gli occhi sempre pi trasognati, gli disse:
- Se si va di questo passo, quando ritorno un'altra volta ti dovr chiamare nonno! Dio di misericordia! E pensare che questo funerale  figlio mio!
Certe volte la madre doveva ribattere i ragionamenti di Luigi contro i ricchi, e proprio non si sapeva come certe idee avessero potuto germinargli nel cervello.
- Il mondo  cos, figliuolo - gli diceva la mamma: - ci sono gli uni e gli altri, e non si possono detestare i ricchi perch sono nati cos.
- Che le posso dire, mamma? Io non detesterei i ricchi, se non ci fossero i poveri - rispondeva Luigi.
Aveva le mani di gran razza, e quando dal fanciullo sbocci l'uomo, e Bettina s'accorse un giorno che quelle mani erano identiche a quelle del padre di lei, le sembr che Luigi fosse ancora pi suo.
Come le fu penoso il distacco da quel figliuolo che se ne andava a Firenze! Le parve ormai che le sue braccia fossero divenute insufficienti a proteggere tutte le sue creature come quando erano insieme nel nido. Fra non molto anche Leone e Ilario, che a Lucca chiamavano "I belli", sarebbero andati a Pisa a studiare legge. Le restava Margherita. Ma per quanti anni ancora? Forse si sarebbe sposata presto.
"E che sar allora la mia vita?" si domandava Bettina. "Solitudine spaventevole; cucina, guardaroba, stracci della polvere, e gran freddo al cuore".
Seguitava in ogni modo ad agire macchinalmente; poi, quando veniva il momento della solitudine, e il silenzio immobile delle cose le parlava del passato, col suo bene e col suo male, e dell'avvenire che vedeva incerto e buio, la sua attivit le sembrava una beffa atroce, anche se il lavoro assillante della casa era talvolta il domatore di ogni angoscia ribelle, la frusta per la sua stanchezza.
Necessit, padrona dura, senza compassione! Ma n il lavoro n la necessit erano consolatori. E se chiudeva gli occhi aveva paura dei tristi fantasmi che accerchiavano il suo coraggio. Oh, pensava talvolta, avere ancora un piccolo bambino, da cullare sulle ginocchia!
Tista, che Bettina trattava sempre con sprezzante distanza, passato il primo smarrimento, dopo la vendita della casa, aveva ripreso il suo traffico in Corsica, e tornando dai viaggi era sempre allegro e burlone come prima, assicurando la moglie, che lo ascoltava con segni di palese diffidenza, che presto avrebbe ridato alla famiglia la perduta agiatezza, e anche maggiore. Fra scherzo e dispetto compose, parole e musica, una canzonetta bizzarra che aveva per ritornello:
La vita  bella
Fiori e carle,
No, non mi merita
Chi non mi vuole.
che cantava spesso con bravura di vocalizzi perch la moglie comprendesse che era proprio pensata, scritta e cantata al suo indirizzo.
...
Una volta Tista torn a casa improvvisamente da un viaggio, ma certo il buon umore doveva averlo gettato in mare, perch salut appena, e per alcuni giorni fu triste, cupo, muto.
Bettina pensava atterrita: "Chi sa quale nuovo grosso pasticcio ha combinato!" e pi volte gli aveva chiesto che cosa avesse, senza ottenere che risposte vaghe e inconcludenti, le quali accrescevano l'apprensione di lei.
Poi, un giorno, Tista si butt in ginocchio davanti alla moglie piangendo da far piet.
Bettina, a cui non piacevano le scene melodrammatiche, comprese che doveva trattarsi di questioni economiche, e disse dura:
- Meno storie, alzatevi. Quanto vi occorre?
Il marito taceva, e lei ripet, sullo stesso tono:
- Alzatevi. Quanto vi occorre?
Egli non si mosse, pronunciando la cifra, e si nascose il volto fra le mani, forse per non vedere gli occhi allibiti della moglie.
- Ma  pi della met di quello che posseggo - disse. - E l'avvenire? E la dote di Margherita? Perch non la potremo maritare senza dote, se  destino che si sposi. E per mantenere i ragazzi agli studi come faremo?
Diceva rapida rapida, a voce soffocata tutto quello che le passava per la mente, e Tista intercalava il dire di lei ripetendo:
- Avete ragione, avete ragione, ma voi sola potete salvarmi.
Voleva spiegarle che la colpa non era sua; o se colpa aveva, bisognava ricercarla nell'essersi fidato del suo socio, il quale altro non era che un filibustiere, un truffatore. Ma come avrebbe potuto indovinare?
Si era fidato troppo: di questo, s, era colpevole, non di altro. Lo giurava.
- Tacete, tacete, non voglio sentire nulla - lo interrompeva Bettina, che ogni tanto alzava le braccia al cielo con gesti desolati.
Ma Tista, sempre in ginocchio, seguitava a sfogarsi con una fiumana di parole a cui la moglie non badava, certa ch'egli accumulasse verit e menzogna; questo le dava una specie di disgusto, e gli ripeteva:
- State zitto! State zitto! Chetatevi!
Le sembrava anche che senza quei chiarimenti, ch'ella riteneva inutili, il marito si sarebbe meno umiliato, perch erano le puerili menzogne di lui, e quel suo perpetuo slogicare, che a lei, mente solida, chiara, davano tanto fastidio, mentre pensava: "Eccolo l: n buono n cattivo. N stupido n intelligente, un quasi artista, un teorico genialoide. Questo  mio marito. Un pover'uomo, tutto sommato".
Lui diceva, singhiozzando:
- Ogni cosa mi  andata male, da che voi mi disprezzate e non mi volete pi bene.
- Che coraggio! - rispose la moglie risentita.
- Oh! Avete tutte le ragioni, siete una santa, e io un miserabile, ma senza di voi mi sono sentito perso. Bettina! Bettina! Non siete stata generosa, non bisognava lasciarmi, disprezzarmi. Anche se non lo credete, vi ho amato tanto! Vi amo tanto!
C'era tale disperazione nella sua voce che lei s'intener, mentre si domandava se non fosse una cattiva moglie a non dimenticare le offese, a non perdonarlo. In questo, Tista aveva ragione, non era stata generosa, non aveva agito da cristiana scostandosi da lui, investendolo col suo disprezzo. Se fosse stata pi abile, se l'avesse sorvegliato, invece d'isolarsi, di racchiudersi in se stessa, forse, certi errori si sarebbero potuti evitare. Bisognava avere la lealt di riconoscere che un po' di colpa, sia pure indiretta, per tante cose successe, se la doveva prendere anche lei, orgogliosa e caparbia. Anche bisognava, nel soffrire, aver saputo attendere, guardare con maggior comprensione, con pi chiaroveggenza, e sperare che le cattive ore, in cui tutto sembrava perduto, avessero fatto luogo ad altre pi serene da cui forse sarebbe stato possibile far risorgere quello che era stato il sogno, lo scopo dell'esistenza.
Tista era uno strambo, nato cos, povero Tista, ed ora doveva essere molto infelice, a piangere in quel modo.
Bettina, sempre presente a s stessa, pensava anche: "Ma quello che provo ora per lui,  amore o piet?".
"Tu sei sua moglie", si rispondeva: " il solo uomo che hai amato, il babbo delle tue creature, forse tornerai ad amarlo, sii generosa, sii cristiana...".
Istintivamente gli pass le mani fra i capelli, e disse con voce addolcita:
- Alzatevi, Tista mio - e gli sorrise.
Egli scatt in piedi, avvinghiandosi a lei, baciandola, chiamandola con i pi folli nomi d'amore, mentre Bettina cercava di schermirsi:
- State calmo, state calmo, Tista!
- Bettina, Bettina - gridava lui con gli occhi che gi ridevano fra le lacrime - Bettina, sposa mia, mia santa, mi ridate la vita! Vedrete! Vedrete quello che sar capace di fare! Vi prometto...
- Non promettete nulla - lo interruppe lei, - non voglio.
- Ecco, ecco, non avete fiducia in me, e questo mi paralizza.
- Siate ragionevole. La fiducia non ci si pu imporre. Dovete conquistarvela.
- Avete ragione. Avete sempre ragione, Bettina! Ma vedrete! Ora la vita nuova deve ricominciare, bella come non fu mai, come non pensate. O Bettina! Quando che sia, l'anima vostra me la voglio portare con me, nelle costellazioni!
- Matto, matto! - diceva lei, sorridendo, lusingata. - Siete sempre lo stesso matto!
- No, che non sono matto, Bettina, se vorr essere con voi anche nell'altro mondo, essere con voi, rivestito di luce!
...
La creazione della famiglia era la cosa superiore, migliore della loro vita, cos quando la moglie ebbe quarant'anni e Tista cinquantadue, e il buon Dio mand loro l'ultimo piccolino, Vincenzo, una folata calda di giovinezza rinnovata, di pace, entr nella casa dove c'era allegria, grazia spirituale e amore di tutti, infinito, per Bettina e per il neonato.
Anche gli affari di Tista avevano ripreso con impensata ascesa, cos che Vincenzo fu considerato l'apportatore di fortuna.
Luigi e i gemelli studiavano molto bene; la Margherita era un vero bocciuolo, e giudiziosa, e assennata!
Con istinto materno ella reclam suo il fratellino, e lo conduceva alla madre soltanto perch gli desse il latte.
La Margherita s'era procurata una teca d'argento e cristallo, in forma ovale, contenente la reliquia di San Vincenzo Ferreri, accompagnata da una carta, con timbro in cera rossa di Spagna, di "Sua Eminenza il Prelato domestico di S. S. il Papa e assistente al solio Pontificio, Giuseppe De Nobili, patrizio Luchense e cavaliere gerosolimitano".
La teca, col documento dell'autenticit era stata messa in una borsetta di lampasso rosa antico, tessuto d'argento e fiori, e la Margherita lo leg alla culla del piccolo fratello, perche S. Vincenzo lo proteggesse.
Il bimbo cresceva fortissimo; i dentini gli spuntavano a coppie senza farlo soffrire, e a dieci mesi gi zampettava, fra la gioia di tutti.
A Bettina pareva, dopo tante dolorose vicende d'essere rinata con la sua creatura, che era il sogno fatto cosa viva, da quando desolata, e col terrore della solitudine avvenire, andava sospirando: "Ah! potere avere ancora un piccolo bambino, da cullare sulle ginocchia!".
A volte le pareva anche di essere troppo felice, e rivolgendosi a Dio pregava:
- Fa che questo splendido cielo che  su di noi possa durare cos sereno, senza nubi e senza tormenta!
Tista si comport benissimo per quasi due anni, poi ricominci con le stravaganze.
In quella stagione d'opera la Felicita Malibran suscit delirio nella Norma, nella Sonnambula, nel Barbiere di Siviglia.
Per la sua beneficiata, oltre una forte somma raccolta nel bacile, si fece un incasso di duemila duecento scudi; Carlo Lodovico e il principe Poniatowski le presentarono bellissimi regali, e uno gliene mand pure la regina di Napoli.
I lucchesi, appassionati per la musica e per il canto, erano entusiasti.
Quella sera Bettina aveva assistito allo spettacolo con Tista, Luigi e i gemelli, ma tanto lei quanto il figlio maggiore, cos dignitosi e corretti, stettero a disagio per il modo chiassoso con cui il marito, Leone e Ilario battevano le mani e gridavano
- Brava! Fuori! Bis!
Calato il sipario Tista spar coi due figli, mentre la moglie, seccatissima, s'avvi muta verso casa, al braccio di Luigi, il quale vedendo la madre di pessimo umore non osava parlare. Anche lui era furente per il contegno dei fratelli, e si riprometteva, l'indomani, di sgridarli, non potendo certo permettersi di protestare col padre, che per, in quel momento, giudicava con poca simpatia e riverenza.
Intanto, Tista e i belli, mischiati alla folla, con fiaccole al vento, accompagnavano a casa la Malibran fra l'entusiasmo generale, felici, se potevano afferrare a volo uno dei fiori che la diva gettava.
Da quella sera padre e figli finivano col ritrovarsi sempre insieme a far baldoria, specialmente ai corsi carnevaleschi che riuscivano ricchi, animati, divertenti.
...
Nel 1835 si cominci anche a Lucca a parlare di colera, e per quanto i casi fossero pochissimi, dovuti a importazione di certi livornesi, fu istituito il lazzaretto, e la gente fu presa da terrore folle.
Tista e i tre maschi non erano a Lucca. Bettina mand la Margherita in una villa lontana dalla citt, ospite della sua madrina, dove difficilmente il morbo sarebbe potuto arrivare. Ma non volle muoversi lei, che rest a Lucca col piccolo Vincenzo e la Rosa, non sembrandole giusto che tornando il marito o i figli, dovessero trovare la porta di casa sbarrata.
Nonostante l'osservanza pi scrupolosa d'igiene, una sera Bettina si sent male, e comprese che il colera l'aveva afferrata. L'assalse il terrore di essere portata al lazzaretto, di morire fuori dalla sua casa, fra gente mercenaria. Istintivamente, continuamente, si fece dare dalla Rosa caff forte e limone. Bettina riconobbe la morte, la riconobbe con lucidit impressionante, come quando era nata la Sarina, e ne serb sempre la sensazione nettissima. La prima volta, dopo che s'era sentita morire sprofondando nell'incoscienza, le rimase, quando riacquist la ragione, un angoscioso senso di buio, e prov tutto l'orrore di un risuscitato che ricordasse le tenebre mortali. La seconda volta riconobbe l'attimo tremendo, e rimase, pur fra gli spasimi atroci, vigile, attenta, per riconoscere la morte quando arrivasse, con un distacco assoluto da tutto e da tutti.
Quando il cielo cominci a imbiancare, la visione del lazzaretto la riafferr, terrorizzandola. Tutti vivevano fra spavento e sospetto, e se i casigliani non l'avessero vista per qualche ora, certo si sarebbero messi in allarme. Che fare? Che fare? Bettina, quando lo spasimo divenne pi sopportabile, escogit, con la Rosa, caso mai i vicini avessero chiesto sue notizie, di dire che il parroco l'aveva pregata di rammendare urgentemente certi paramenti sacri, che dovevano usarsi nelle prossime feste.
Se fosse guarita si sarebbe poi confessata della menzogna, ma al lazzaretto, non voleva, non voleva esser condotta.
Intanto Vincenzo, svegliandosi, s'era messo a piangere, e la Rosa, occupata con la padrona, non poteva interessarsi di lui, trastullarlo, farlo tacere.
Verso mezzogiorno una vicina, non avendo veduta come di consueto la signora annaffiare i vasi dei fiori sulla terrazza, e insospettita anche per gli strilli inconsueti del bimbo, chiam la Rosa con una qualunque scusa, e le chiese se la signora stesse bene; la donna raccont del lavoro d'urgenza che la padrona doveva compiere; era ben noto, del resto, che in tutta la parrocchia non c'era nessuno che sapesse, come donna Bettina, fare con i capelli i rammendi invisibili.
La casigliana non fu, in cuor suo, persuasa, tanto che dopo la conversazione con la Rosa, comunic il sospetto ai vicini, i quali, or con un pretesto or con l'altro, chiamavano a turno la domestica.
Una vicina pi sospettosa e impaurita degli altri, dichiar che assolutamente aveva bisogno di dire qualcosa a donna Bettina, la quale, non avendo nemmeno la forza di scendere dal letto, mand a dire all'importuna che voleva approfittare dell'ultima luce del giorno per terminare il lavoro, e che dopo, ben volentieri, avrebbe parlato con lei.
In poche ore il male le aveva emaciata la faccia, infossati gli occhi, la bocca era divenuta stirata e pallida. Si fece portare uno specchio, ed ebbe spavento di se stessa.
Appena buio raccogliendo tutte le sue forze, si trascin alla finestra sulla corte, e fece chiamare la casigliana che dalla sua finestra ascolt tutti i particolari minuziosi secondo cui Bettina aveva compiuto quei complicati e difficilissimi rammendi. La donna credette tutto, persuasa e contentissima, ma la signora cap che l'aveva fatta chiamare con una scusa qualunque, per il dubbio terrificante che nel casamento fosse entrato il colera.
Anche quella volta Bettina fu certa d'essere stata salvata dalla Madonna.
...
Inverni e ritorni di rondini si alternavano con rapidit che a Bettina sembrava a volte travolgente. Ella sfioriva, ma con grazia: striature d'argento fra i capelli, piccole rughe intorno agli occhi e agli angoli della bocca. Le restavano i bei denti e quella tinta indicibilmente pallida del volto e delle mani s'andava intensificando in una uniformit d'avorio sempre pi pura e aristocratica. Tista, invece, maggiore assai di lei, non aveva una ruga, non un capello bianco, non la minima pinguedine; agile come a vent'anni, sembrava fratello dei suoi figliuoli. A chi si meravigliava di quella giovinezza miracolosa rispondeva di essere in possesso di una ricetta che, proprio per lui, e per lui solamente, il diavolo in persona, aveva escogitato nei suoi misteriosi lambicchi.
Ma la moglie era persuasa si mantenesse cos perch aveva sempre schivati crucci, pene, dolori che su di lui non avevano fatto presa, tale e quale come una gocciolina d'acqua sopra una lastra di vetro in pendio, e non avevano avuto maniera di logorargli e nervi e cuore.
La famiglia gli era cara, a suo modo: se i figli non fossero stati di indole buona, ne avrebbe fatte cinque forche; in quanto alla moglie le voleva bene per se stesso, perch non poteva farne a meno, perch riteneva la vita inconcepibile senza di lei, ma non l'aveva amata, non l'amava, se aveva potuto darle tante pene e continuava a dargliene per le stravaganze negli affari e per correre dietro a tutte le gonnelle.
Spesso Bettina si trovava sola. Luigi s'era stabilito a Firenze dove faceva il medico; i belli, sempre indivisibili, avevano messo su uno studio d'avvocati, e stavano molto fuori di casa. La Margherita aveva fatto un eccellente matrimonio, e con tre bambini, nati uno dietro l'altro, era tutta presa dalla nuova famiglia.
Se nelle ore di solitudine a Bettina passavano per la mente pensieri sereni, erano per i figli e i nipotini; se talvolta si sorprendeva a sorridere da sola, quel sorriso era per Vincenzo, la sua tenerezza.
Il fanciullo adorava la madre. Con intuito meraviglioso comprendeva, certe volte, come ella soffrisse, pur non riuscendo a conoscerne il motivo. Allora le si buttava fra le braccia, e le diceva:
- Mamma, io non la lascer mai, mai.
Aveva per lei rispetto, venerazione, obbedienza cieca, mentre considerava il padre come una persona molto divertente, con la quale si poteva scherzare, discutere anche e, all'occasione, misurarsi a botta e risposta e anche fare i capricci e ribellarsi.
Quando comp otto anni Tista gli regal un fucile adatto alla sua statura, e cominci a portarselo dietro, andando a caccia, cos che presto il ragazzo divenne un eccellente tiratore.
La caccia, insieme con la musica e con la pittura, fu la passione fortissima nella vita di Vincenzo.
Intelligente, studiava senza fatica, e divenne indipendente, tanto che non era possibile che stesse, come quando era piccolo, sempre con la mamma.
"Anche la solitudine, a volte,  un bene", pensava Bettina tentando di consolarsi, "perch ci lascia faccia a faccia con noi stessi, in quel raccoglimento che ci  conteso vivendo con gli altri, anche se sono i nostri pi cari".
In qualche ora amara le sembrava pure che sarebbe stato molto riposante perdere un poco la memoria, liberarsi del peso del passato, e lasciarsi vivere, semplicemente.
Cercava anche, pi che le fosse possibile, d'imporsi la serenit dell'anima tanto necessaria alla salute fisica e ringraziava Dio di averle concesso figli cos cari, e quei tre passerotti della Margherita, ma pi ancora lo ringraziava per il dono prezioso della fede che era stato, ed era, la sua forza.
...
Quando la Rosa divenne vecchia bisogn darle un aiuto nella Prudenza, una ragazza mora e fresca che pareva scoppiasse di salute, e a lasciarla fare avrebbe cantato a squarciagola dalla mattina alla sera. La Prudenza aveva una maniera di fissare il padrone, quando la signora non c'era, che alla Rosa non garbava affatto, tanto che un giorno la vecchia aveva dato di fresca e di svergognata alla giovane. Le ciabatte erano volate, e la Prudenza, coi pugni tesi e accesa come la brace, s'era avventata contro la Rosa. Se per caso Tista, che da diversi giorni ronzava come un moscone nei pressi della cucina, non fosse corso a dividerle, lo sa Iddio che cosa sarebbe accaduto.
La Bettina non aveva dato peso agli avvertimenti della fedele Rosa, attribuendo a comprensibile gelosia di mestiere l'antipatia per la nuova venuta; poi s'accorse invece che la Prudenza piaceva molto, troppo, a suo marito.
Lo stupore, il disgusto, il pensiero ch'egli fosse potuto arrivare ad offenderla e con una serva, nella stessa sua casa, la resero come impietrita.
"Che vale lottare", si disse, "che vale essere buona, generosa, se il dolore uno se lo ritrova identico, sempre di fronte, e anche quello antico pare che s'ingrandisca?".
E pens poi:
"Forse tutto quello che avviene  per il meglio, per provare la nostra virt, la nostra forza morale e quella degli altri. Ma, che orrore! Che disgusto! Che miseria!".
E pensava anche:
"Bisogna essere forti contro la stanchezza che travolge, contro il dubbio che morde l'anima, contro il dolore che corrode la vita. Bisogna ritrovare noi stessi, a forza di volont, come eravamo prima che il male, la cattiveria, l'incoscienza ci avvelenassero". Iddio le avrebbe data la forza per superare l'orrore, il disgusto, la miseria presente.
Il marito, quando non vide pi la Prudenza, si guard bene dal domandare perch non ci fosse, n si dolse della cosa in se stessa, ma per l'offesa atroce, per il dolore che ancora una volta aveva dato alla moglie.
"Idiota", si disse, "scervellato e malvagio. Ma perch l'ho fatto?". Chiederle scusa? Buttarsi ai suoi piedi? Implorare perdono? No. "Quelle scene" come diceva Bettina, non avrebbero fatto che irritarla maggiormente.
Non c'era che da tacere dunque, come taceva la sua donna allontanandosi da lui.
 VI.
Tista entr nella stanza dove la moglie stava lavorando, e butt il cappello per terra.
-  stata confermata la sentenza, - disse a Bettina che lo guardava ansiosa. - Li mandano tutti e sette al patibolo, dopo due anni e nove mesi di carcere.  inaudito!
- E il principe? - domand Bettina. - Gli hanno presentata la grazia?
- Sono andati ora a Marlia.  l da diversi giorni e pare che sia nervosissimo. Ma non credo che la firmer.
- Perch? Non  un malvagio.
- Gi, gi! Ma  peggio; e il ritratto glielo ha fatto bene Beppe Giusti, - disse Tista, declamando:
Ilare in tanta seriet si mesce
Di Lucca il protestante Don Giovanni
Che non  nella lista dei tiranni
Carne n pesce.
- Questo non prova che sia sanguinario e crudele - ribatt la moglie.
- Voi, per difendere il Granduca, non so cosa fareste.
-  la verit. Carlo Lodovico non  un malvagio.
Anche Bettina non era nell'errore. Il Granduca non era che un volubile spensierato che talvolta si dimostrava anche pauroso. Molto somigliava alla madre, la spagnuola bigotta, pochissimo intelligente, che aveva governato, detestandoli, i Lucchesi, ed era talmente intrigante da investigare anche nelle questioni private, nei segreti delle famiglie.
Tista disse, alludendo al principe:
- Anche lui  come sua madre, ligio ai preti; non perdoner i furti sacrileghi.
- E, gi! A voi sembra nulla il furto sacrilego! - rispose Bettina. - Per voi  come rubare quattro pigne d'uva in un campo. Ma vi siete scordato, voi, e i fanatici del vostro stampo, quello che per due anni fecero questi miserabili? E oltre i furti, le violenze, le sevizie di ogni genere, non risparmiando neanche i ministri di Dio! Credete a me, certi esempi anche dolorosi, sono necessari.
- Tacete Bettina, o finir col mancarvi di rispetto - disse il marito furente.
- Sar ben padrona di pensare a mio modo, spero! E non bisogna scordarsi tutti gli orrori che hanno commessi.
- Nessuno se ne scorda, ed  giusto che sieno puniti, ma non ammazzati, e dopo quasi tre anni di carcere.
- La critica  facile, caro Tista. Mettetevi per un momento al posto del principe.
- Magari, mi ci potessi mettere davvero!
- Non dite le vostre solite sciocchezze. Si potesse mai una volta parlare sul serio con voi!
- Ma io dico sul serio. Vedreste come si starebbe bene a Lucca sotto la repubblica di Tista!
Bettina gli rispose scuotendo il capo.
Il marito andava avanti e indietro per la stanza, camminando a grandi passi, con le mani dietro la schiena. Era agitatissimo, e ancora commosso per il brivido che aveva percorsa la sala quando il giovanissimo avvocato della difesa, Francesco Carrara, aveva fatto la sua perorazione dicendo che la morte non appartiene che alla natura o al delitto, per questo la societ non pu e non deve applicarla.
Tutti avevano le lacrime agli occhi, e il pittore Bozzi che schizzava le teste dei sette condannati era stato preso da un tale tremito che aveva dovuto smettere di disegnare.
Tista si ferm dinanzi alla moglie:
- Preparate un po' di roba, Bettina. Se la grazia come credo e come credono i pi, non viene, partiremo per qualche giorno, noi tre.
- Come sarebbe a dire? Chi noi tre?
- Voi, io, il bambino.
Nonostante che Vincenzo avesse quasi tredici anni, in casa lo chiamavano sempre il bambino.
- Partire? - chiese stupita la moglie. - Partire? Per dove? Siete pazzo!
- Non sono affatto pazzo. Si parte, si va a Pisa, per protesta. Ho deciso cos.
Gi si diceva che molta gente avrebbe lasciato Lucca il giorno dell'esecuzione, specialmente dopo che l'avvocato Francesco Carrara aveva mostrato a degli amici una lettera che da Pisa gli aveva mandato il suo maestro, il celebre giurista Carmignani, che diceva: "Venite in questa citt, dove non si sente odore di sangue umano".
Bettina rispose in tono risoluto al marito:
- Andate, andate! Siete padronissimo. Io e il bambino si resta.
- Siete voi, padrona di restare, perch non posso prendervi e portarvi di peso come meritereste, ma il mio bambino, l'aria di Lucca, in quel giorno, non la respira. E questo ve lo giura Tista!
Pronunci queste parole con tale impeto che la moglie ne fu scossa, e ritenne prudente di non rispondergli.
"Dopo tutto", pens, "non si sa ancora se la grazia sar o no firmata, e ogni discussione , per lo meno, prematura".
Poi si seppe che il Granduca aveva scritto in calce alla domanda, con calligrafia incerta "Confermata, commutando per il Giusti la pena di morte nei lavori forzati a vita".
Questo Giusti era chiamato Il vecchio della montagna. Chi disse che fosse stato graziato per la grave et; altri invece affermavano che, avendo il vecchio rifiutato di confessarsi e di comunicarsi, Maria Teresa, la religiosissima moglie di Carlo Ludovico, intercedesse per lui, per non farlo morire in peccato mortale.
Bettina per quanto a malincuore, fin col seguire il marito, per non affidargli Vincenzo.
I belli, con gran sdegno del padre, restarono a Lucca. S'erano accese, specialmente tra i giovani, molte scommesse per vedere chi avrebbe avuto il coraggio di assistere alle esecuzioni, con perfetto sangue freddo. Leone e Ilario erano nel numero, per fare quella bravata, ma i genitori naturalmente, non ne sapevano nulla.
Se molti lucchesi se ne andavano protestando, dalle campagne, da Pescia, da Pisa, da tanti paesi e villaggi la gente andava a Lucca per assistere all'orrendo spettacolo, tanto che quella notte non furono chiuse le porte della citt.
La mattina del 29 marzo 1845 fu esposto il SS. Sacramento nella chiesa della Carit, mentre le campane suonavano l'agonia. Alle otto i condannati uscirono dal carcere di San Giorgio, sfilando uno dietro l'altro, sorretti dai sacerdoti salmodianti e dai fratelli della carit. Il primo della lugubre fila, un tale detto Cbala, chiedeva, come ossessionato da un sospetto:
- Ci smo tutti? Ci smo tutti? - E ripeteva senza tregua la frase, mentre il prete gli diceva, inutilmente, che pensasse alla sua anima e pregasse Iddio.
Quando il corteo arriv al piccolo oratorio, i condannati vi entrarono, meno Cbala che prosegu dritto fino al palco, dove era gi pronto il carnefice coi suoi aiutanti.
Poi, in dieci minuti, fra gli urli della folla impazzita di raccapriccio, furono tutti uccisi e le teste deposte in un paniere.
Leone fece appena in tempo a raccogliere fra le braccia Ilario che vi s'abbatt sbiancato come un morto.
Quella, fu l'ultima esecuzione avvenuta a Lucca.
Quando il marchese Rinuccini prese possesso della citt nel nome di Leopoldo II, che per prima cosa abol la pena di morte, il popolo abbatt lo stemma dei Borboni, anche perch si diceva che Canapone fosse di spirito liberale, e si dava per certa la sua alleanza con Carlo Alberto e con Pio IX.
Tista, e non Tista solamente, era scettico di fronte alle belle speranze riposte nel Granduca lorenese, ma riconobbe che di positivo, una cosa l'aveva fatta: l'abolizione della pena di morte. Per questo anche lui, un giorno, si un a quel pazzoide di don Giambattista Alisio (che fin poi davvero in manicomio) chiamato il cappellano del popolo perch era sempre a capo di qualunque dimostrazione.
Andarono, seguiti da gran folla, alle carceri di San Giorgio, s'impossessarono della ghigliottina, e vi appiccarono il fuoco, mentre le campane di Sant'Anna suonavano a stormo.
Poi, siccome la lama non poteva bruciare, il cappellano del popolo, insieme con Tista e con alcuni amici, andarono a Viareggio, presero una barca, e quando furono bene al largo, gettarono la lama in mare.
Quando a Lucca fece il suo ingresso Canapone con Maria Antonia, fu accolto con grandi feste, anche da parecchi liberali. Tista per era scettico, e da una finestra si godeva il pittoresco spettacolo.
Don Alisio, scapigliato, sudato, urlante d'entusiasmo, con una mano reggeva la briglia di uno dei cavalli attaccati alla carrozza, con l'altra una grandissima bandiera.
Dal lato opposto della carrozza camminava un certo Polentino, sensale di cavalli.
...
Con l'andare degli anni Bettina s'era smagrita, affinata, coi capelli grigi, il volto e le mani soffusi di pallore diafano. Gli occhi, un tempo cos teneri, qualche volta prendevano l'espressione dura. Un giorno, passando dinanzi a uno specchio, si chiese: "Dove sono i miei occhi di allora?".
Immutato era il sorriso luminoso, e il portamento regale, nell'incedere, e nei gesti. Diveniva anche pi chiusa, meno espansiva e trattava Tista sempre a distanza; anche coi figli era di poche parole. Delle volte rispondeva a monosillabi quando la interrogavano. Non riusciva pi a esprimere i suoi sentimenti. Le sembrava, certi giorni, che il cuore troppo gonfio le paralizzasse la voce, e tanto pi la voce era impedita, tanto pi il cuore avrebbe avuto bisogno di espandersi.
Poteva succedere (e poi se ne pentiva) che avesse scatti aspri per la servit e per il marito; raramente ci accadeva per Ilario e Leone, mai per Vincenzo.
Si occupava fino allo scrupolo della casa che faceva andare in modo perfetto. Oltrech alla prima messa, ogni sera andava in chiesa; una volta la settimana curava le tombe dei suoi morti. Siccome non faceva visite, cos aveva finito col non ricevere quasi nessuno; se il marito o i figli insistevano per condurla a teatro o al Casino, lei rifiutava sempre:
- Che ci verrei a fare - diceva. - Se avessi figlie da marito, sarebbe necessario che le portassi in giro, ma non ho che tre maschiacci - sorrideva con una punta d'orgoglio - e allora  meglio che resti in casa a leggere o a pregare, anche per quelli che non pregano.
E gettava occhiate eloquenti verso il marito e verso Ilario e Leone che, seguendo l'esempio del vecchio matto (cos la moglie aveva ribattezzato il marito) sfoderavano idee liberali in quel terribile '48 che puzzava di polvere di sparo.
E non c'era salvezza. Tutti avevano perso il bene dell'intelletto. Perfino il minorita Arrigoni, nella Chiesa dei Cavalieri a Pisa, durante il quaresimale aveva detto:
- Benedite tutti, mio Dio, benedite anche i nemici ma al di l delle Alpi.
E, questo, significava guerra; anche un sordo l'avrebbe inteso. Ora bisognava che sorvegliasse Vincenzo che a sedici anni (un moccioso con ancora il latte sulle labbra, diceva la madre) aveva certe arie da Rogantino, da non prendersi alla leggera. Nell'ultima estate a Ponte a Moriano, aveva fatto la sassaiola con alcuni ragazzi popolani suoi coetanei, e aveva spaccato due teste.
Bettina s'era dovuta improvvisare infermiera, medicare le ferite, e calmare con denaro i furori delle madri, urlanti di collera pi che i loro rampolli di dolore.
Poco tempo dopo Vincenzo era andato a caccia col cane. Certi giovinastri che giuocavano alle forme, fosse per disgrazia o per dispetto, colpirono la bestia che si mise a guaire.
Vincenzo s'infuri:
- Badate bene, - disse, - se un'altra volta tentate d'azzopparmi il cane, v'impallino.
Due giorni dopo - nessuno tolse di mente a Bettina che Vincenzo fosse ripassato da quel viottolo dove erano i giuocatori, proprio per cimentarli - ecco comparire Vincenzo e il cane; e quei giovinastri si misero a sghignazzare, parlando piano fra loro.
- Lasciatemi passare - intim loro Vincenzo. - Ricordatevi... - e voleva dire "Quello che vi promisi", ma non prosegu. Uno della brigata prese di mira il cane, tirandogli una forma tra le gambe. Un attimo. Vincenzo imbracci il fucile e spar, impallinando le gambe del tiratore.
Successe il finimondo.
Quando il giovane torn a casa concitato, raccontando l'accaduto, i fratelli e il padre gli dissero bravo. Aveva fatto benone! Prepotenze, non bisognava subirne mai.
La mamma rimprover il figlio, come non aveva mai fatto, e per molti giorni non gli rivolse la parola. Viveva in ansia, per timore di qualche rappresaglia, tremando se il ragazzo, dopo una settimana in cui lo tenne chiuso in camera, pi per prudenza che per castigo, tardava a tornare.
Poi, per mezzo del parroco, anche questa volta la faccenda si aggiust, con un po' di denaro.
Vincenzo era pentito della cosa, pi che altro per il dolore che aveva procurato alla madre, e si propose di essere pi saggio. Egli era il ritratto di Bettina, e aveva del padre la robustezza davvero fantastica per la sua et; sollevava coi denti una balla di riso, e se si cimentava alla lotta coi fratelli, che erano due colossi, succedeva spesso che la vittoria restasse a lui.
Gli anni, se avevano un po' calmato Tista, non lo avevano affatto indebolito. Un po' di capelli bianchi, qualche ruga leggera, ma era lo stesso camminatore senza stanchezza, lo stesso spirito allegro. Avendo rinunziato ai viaggi, alle imprese in Corsica e in Maremma, perch ormai del suo patrimonio restava ben poco, disegnava progetti di ville e giardini, alcuni dei quali trovava modo di fare eseguire. Spesso andava a caccia. Ogni sera si poteva trovarlo al caff, a discutere appassionatamente sulle sorti della povera Italia.
...
Ancora una volta ti sei svegliata, benedetta donna, e hai accesa la lucernina. Ma non  l'ora della prima messa. C' tempo, c' tempo! Ti ho pur detto che ti sveglier. Puoi fidarti di me, Bettina! Dormi, dormi!...
Dalla cornice nera che racchiude le miniature d'Ilario e di Leone l sul comodino, le teste dei tuoi belli si sono mosse per salutarti, eppoi - ma come hanno fatto? - sono usciti, loro cos grandi, dalla cornice piccola, per venire a sedersi uno di qua e uno di l sulle sponde del letto, chiamando a una voce:
- Mamma, mamma, mammi... i... i...ssima! - con quel lungo i.. i... i... che ti fa sorridere ora come allora, quando scherzavano con te.
- Ma non  vero - esclami stupita - non  vero che siete morti, figli miei benedetti!
Ilario e Leone sono di nuovo scomparsi senza risponderti, mentre l'affanno ti ha fatta scattare seduta sul letto. Appoggiata ai tre guanciali, cerchi di respirare fondo, e aspettando che quel pazzo tuo cuore, che pare divenuto immenso, si calmi, annusi una bottiglietta con l'aceto dei sette ladri!
"Domani", pensi, "bisogner che mi attacchi una mignatta al polso, e svuoti un poco le vene".
...
Fu per il grande strazio, quando Ilario e Leone morirono di tifo nell'epidemia del'49, a distanza di quattro giorni l'uno dall'altro, che a Bettina venne quella malattia di cuore che si port poi per tutta la vita.
Aveva resistito fin dall'inizio della malattia, ora per ora, affrontando tutti i problemi pratici cos difficili a risolversi, anche perch l'istinto le diceva che non v'era salvezza per le sue creature.
Poi, sollevando fino al suo petto la testa d'Ilario, e dopo quattro giorni quella di Leone, la madre disse per ciascuno, col sacerdote, la preghiera dei moribondi.
Non aveva avuto un solo momento di debolezza per dimenticarsi nello strazio infinito come Tista che invece si ribellava alla sorte con frasi folli, con urli disperati perch non possedeva, l'infelice - diceva la moglie, - la forza della fede sublime che Iddio aveva concesso a lei, e a cui si abbandonava ciecamente.
Non c'era che da curvare la testa sotto quella tormenta che in un attimo atroce aveva distrutto tanto amore, tanta giovinezza, tanta speranza.
Per il sublime coraggio che Bettina aveva nel dolore, forse perch ella sapeva tacere, sembrava, a chi le stava vicino, che rimanesse calma quasi pietrificata nelle dure prove, come a pochi  concesso. E questo era il segno della sua forza interna, nutrita di tanta umana passione.
Forse, per questa sua nobilt di carattere di fronte al dolore vero, ineluttabile, ella era stata ferita e si era ribellata con violenza per l'altro dolore, quello inutile che in mille modi diversi e in cos copiosa misura le aveva procurato la leggerezza e l'incoscienza di suo marito, come se vi fossero energie da sprecare per essere pronti dinanzi alle tragedie vere della vita.
Poi, quando nella casa Ilario e Leone non furono che ombre, la madre si gett fra le braccia di Vincenzo, s'aggrapp a lui, le parve a un tratto d'essere divenuta piccola, debole e singhiozz disperata con la testa sulla spalla del suo fanciullone
- Non mi lasciare mai! Non mi lasciare mai!
Tista comparve sulla soglia della stanza e s'appoggi barcollando allo stipite. La madre si stacc dal figlio, asciugandosi gli occhi in fretta, e mosse verso il marito con le mani tese:
- Venite, sedete, povero Tista - disse trascinandolo quasi verso la poltrona. - Siate forte. Tutti bisogna essere forti.  la volont di Dio.
...
"La melanconia  una bestia che si nutre d'ozio e di solitudine", si diceva Bettina, quasi a rimproverarsi di aver lasciato cadere il lavoro sulle ginocchia, o di aver letta la pagina di un libro meccanicamente, senza afferrarne il senso, per abbandonarsi alla tristezza dei ricordi e ripiombare nell'angoscia a volte desolata.
Allora si scuoteva imponendosi qualche occupazione che le prendesse cuore e cervello, oppure andava dalla figlia Margherita dove i tre nipotini, un maschio e due bimbe, riuscivano talora a farla sorridere. Anche l'afferravano delle angoscie vaghe, dei presentimenti paurosi non definibili che rintuzzava col ragionamento, ma che restavano in agguato, e per un niente risorgevano improvvisi ad artigliarle l'anima.
La madre tremava sempre per Vincenzo, e non v'era ragione.
Dopo la morte dei gemelli s'era attaccata ancor pi a quel figliuolo che comprendeva a fondo in tutta l'esuberante irrequietudine della primissima giovinezza, e l'amore di Vincenzo per lei s'era intensificato con espansioni vigili e tenere che consolavano molto il suo cuore.
Cos, quando un giorno Vincenzo, giuocando alle forme, con la violenza eccessiva che egli metteva in certi suoi atti, sent come uno strappo dal lato destro del petto e un rigurgito asprigno e caldo salirgli dalla gola con uno sbocco di sangue, la madre, folle di terrore, pens:
"Ecco, ecco, i miei presentimenti non mi avevano ingannata!".
I medici sentenziarono - secondo la moda d'allora - che il giovanotto era troppo robusto e bisognava cavargli sangue.
Un professore che godeva di molta reputazione s'inform se nella famiglia vi fosse mai stata la tisi. Escluso. Tutti, tanto dalla parte materna, quanto da quella paterna, s'erano spenti per vecchiaia, eccettuati Piero, il fratello di Bettina morto per una caduta dia cavallo, e i gemelli per l'epidemia di tifo.
- Bene, bene, bene, - ripeteva il dottore con molta gravit, ascoltando quelle spiegazioni ma con una voce tale che pareva dicesse: "Sar, ma la cosa non mi persuade".
Vincenzo fu messo a letto, gli fecero molti salassi, lo nutrirono di minestrine leggere, e lui strepitava che aveva una fame da lupo e voleva alzarsi perch si sentiva benone.
Ma intanto, a furia di cavargli sangue, il ragazzo era divenuto pallido e alla madre sembrava anche pi patito di quello che non fosse in realt.
Da Firenze arriv il fratello Luigi che si era fatta una eccellente fama di medico e condusse seco il suo maestro Maurizio Bufalini.
Esclusa ogni possibilit di tisi, la cosa era ridotta allo strappo di una vena, causato dallo sforzo nel tirare la forma. Un po' di riposo, d'immobilit sarebbe stata l'unica cura. Ora bisognava vincere la debolezza causata dalla bestiale mania di togliere sangue. E a un giovane di diciassette anni! Ci voleva l'immobilit o quasi, forse per parecchi mesi, per evitare - come era accaduto altre volte - che la vena non cicatrizzata del tutto potesse riaprirsi e provocare di nuovo qualche sbocco di sangue. Ma con moderazione, Vincenzo poteva fare delle passeggiate. Anzi, questo era consigliabile, come il nutrirsi bene. Certo non pi bravure di pugilati, non pi caccia, almeno per qualche tempo.
Bettina e Tista parvero rinascere da morte a vita dopo il responso del celebre Bufalini. La madre pensava con accoramento che Vincenzo avrebbe dovuto godersi la giovinezza senza troppe limitazioni: le rinuncie, i sacrifici, si possono fare quando la vita ci ha rincorsi, ci ha frustati, ci ha fatto imparare la sopportazione. Ma pensava anche che tutto questo era per il meglio, e port alla Madonna un cuore d'oro per la duplice grazia; perch la malattia di Vincenzo non era grave come era apparsa da prima, e perch, essendo obbligato ad aversi dei riguardi, non avrebbe fatto la pazzia di andare in guerra, come ne aveva desiderio. Non era forse partito da Pisa il battaglione degli studenti?
E Bettina fin col considerare questo incidente come provvidenziale perch il suo Vincenzo non si sarebbe staccato da lei.
 VII.
Quando Luigi annunzi alla madre che si sarebbe sposato con la Luisa, la cosa l'aveva molto sorpresa. Intanto la Luisa era vedova, ricca e con due figli, e Luigi aveva sempre dichiarato che se si fosse deciso a prender moglie, non avrebbe voluto che una senza dote. Bettina sapeva che questo suo figlio, oltre che essere un credente, era di spirito francescano, di gusti estremamente semplici; come poteva dunque conciliare il suo modo di concepire la vita col lusso della futura moglie? Bettina fin per concludere che Luigi doveva essersi perdutamente innamorato della vedovella, a lui maggiore di un anno, per quanto sembrasse estremamente giovane, cos piccolina, bianca e bionda, con gli occhi scuri, la bocca di disegno infantile, ed elegante poi in modo supremo, mentre Luigi, con quella barba nera e pallidissimo, dimostrava parecchi anni pi di lei.
In seguito il figlio aveva spiegato alla madre come la cosa era successa. Una volta era stato chiamato dalla signora per curare Armando che aveva nove anni; l'altro figlio, Odoardo, ne aveva tredici. Armando era delicato fin dalla nascita, e, per le cure di Luigi, si riprese molto; cos nella signora sorse la fiducia nel medico al quale a poco a poco fece delle confidenze specie per le preoccupazioni amministrative di cui non s'intendeva affatto, e di come si fosse accorta che tutti la derubavano. Anche Odoardo gi le dava a pensare per certe bizzarrie di carattere. Non aveva nessuno al mondo. Diciottenne, la nonna materna - morta anch'essa ormai - l'aveva tolta da La Quiete dove era stata messa a sette anni per l'educazione dandola in moglie a un nobile uomo molto ricco, quasi vecchio, sempre ingolfato in certi studi di statistica.
Allorch la Luisa ebbe il primo bimbo e urlava per lo spasimo del parto laborioso, il marito, evidentemente disturbato, and nella stanza della moglie scartabellando certi suoi quaderni e le disse severo:
- Ma Luisa, che vergogna! Cosa sono mai queste grida? Devi riflettere che in questa medesima ora, tante esquimesi nella loro capanna di ghiaccio, tante donne more sotto una palma, mettono al mondo un essere umano e non fanno certo le smorfie che fai tu!
Poi siccome la poverina seguitava a urlare lasci la stanza molto incollerito.
Dall'amicizia all'amore, il passo fu breve e Luigi, oltre voler bene alla graziosissima donna, si pose anche un caso di coscienza. Per aiutare, sorreggere, difendere la vedova e gli orfani, non c'era che sposarla perch frequentando la casa la gente avrebbe potuto malignare e non era giusto che vi fosse la minima ombra sulla reputazione della degnissima signora.
La Bettina, con Tista e Vincenzo andarono a Firenze per il matrimonio che fu celebrato nella chiesa di Ognissanti, perch la sposa era di quella parrocchia avendo il palazzo l sulla piazza che faceva angolo sul Lungarno.
Tista trov adorabile la nuora e fu con lei molto galante, come pure Vincenzo a cui sembr quasi una coetanea con quella grazia di fanciulla. Tutti e due furono entusiasmati dall'eleganza di Luisa.
La Bettina, non le negava certe doti, ma si disse, e trov modo con garbo d'insinuarlo a Luigi:
- Educazione da rifare, da cima a fondo!
La suocera, molto intelligente, comprese subito che la giovane era di carattere debole e remissivo, facilmente domabile, perch anche sopra i figli, per quanto ancora ragazzi, non aveva alcun potere.
La Bettina, che dopo la morte dei gemelli aveva detto: - I colori non sono pi per me, - e non si vest che di nero, trov esagerato per una vedova, sia pure cos giovane, l'abito di nozze azzurro chiaro con eccesso di gioielli. E non fu questa soltanto la cosa che la stup. Le parve enorme che una donna sola con due bambini abitasse un grande palazzo con dodici persone di servizio, e avesse il tiro a quattro, senza contare che alla villa Le Montanine presso Gigoli, teneva alcuni cavalli da sella. Per i corsi carnevaleschi, che erano molto belli e a cui Luisa prendeva parte, chiamava a Firenze da Le Montanine il cacciatore, che si occupava dei cavalli e dei cani, gli faceva indossare la livrea di gala di panno color tabacco coi bottoni d'oro e di brillanti, e lo issava dietro la carrozza, che pareva una statua.
Luigi si trov molto sbalestrato con una grande amministrazione e concluse, d'accordo con la moglie, di far venire a Firenze la madre, il padre, Vincenzo e formare una sola famiglia. Bettina si fece alquanto pregare, ma poi accondiscese, perch la nuora l'assicur che la padrona assoluta nel dirigere tutta la casa non sarebbe stata che lei e che avrebbe obbedito come una vera figlia.
La suocera si sentiva straziare all'idea di lasciare Lucca, Margherita e i nipotini, ma riflett anche che presto Vincenzo sarebbe dovuto andare a compiere gli studi e questo pensiero, con l'altro poco allettante di restare a tu per tu sola col marito, le erano infinitamente penosi.
Cos fin con l'accettare l'invito di Luigi e della Luisa. Vincenzo fu felicissimo, e Tista disse:
- Dopo tutto, Lucca con Canapone, non  pi uno stato ormai, ma una provincia. Dunque  meglio andarsene.
...
Margherita socchiuse la porta dicendo
- Le occorre nulla, mamma? Posso entrare?
E senza attendere la risposta, attravers la stanza andando verso l'alcova.
Donna Bettina era gi nel gran letto a baldacchino candido, coi tendaggi di giaconetta a gale inamidati di fresco, e sorrise alla figlia che si chin a baciarle prima la mano, poi la fronte vasta e pallida, circondata dalla reticella a modano che teneva fermi i capelli grigi accuratamente pettinati per la notte.
- Sono commossa - disse la madre - delle premure che avete avute per me in questi giorni.
Avendo disfatta la sua casa, era ospite per qualche giorno di Margherita.
- Ve ne sono tanto riconoscente - continu la signora, - specie a tuo marito che  stato affettuoso proprio come un figlio. E i bambini, che amore! Sai che cosa mi ha detto Cecco? "Nonna, se lei non ritorna presto a Lucca, io scappo, m'arrampico sul tetto del vapore come un gatto e vengo a Firenze da lei". E la Marianna e l'Angela a battere le manine e a gridare: - Si viene anche noi a Firenze, si viene anche noi sul vapore con Cecco!
- Mamma - disse - se sapesse che dolore! Come far senza di lei? Chi mi consiglier d'ora in avanti? La vita  cos difficile, certe volte, e con tre bambini, poi, c' sempre l'imprevisto. Se penso che non sentir pi le belle risate del babbo! E anche ai miei fratelli penso! Ora che non ci sono pi i genitori Luigi non verr cos spesso a Lucca, anche perch i poderi di Ponte Mariano li curer mio marito, e in piena coscienza, questo  certo, pi che se fossero suoi. E Vincenzino, il mio Vincenzino, che me lo sono tirato su come un figliuolo?
La madre aveva attirata a s la figlia e appoggiatale la testa sul petto, l'accarezzava piano piano, come faceva quand'era bambina, per calmarla dopo che aveva fatto i capricci:
- Non bisogna commuoversi, cara - le diceva - si perdono le forze, e ce ne vogliono tante per stare a questo mondo! Per di una cosa ti devi sempre ricordare senza ribellione: di fare la volont di Dio.
"Anche a me, se avessero detto che avrei dovuto lasciare te, e i bambini, e tutti i miei morti, e la mia casa e la mia Lucca, mi sarei messa a ridere come di uno scherzo. Invece, ecco,  l'ultima notte questa, e domani sar a Firenze!
"Ma ritorner, stai quieta. Fin che avr forza, le feste per il Volto Santo, e tutti gli aprili li verr a passare a Lucca. Mese atroce per la nostra famiglia, l'aprile! Una fatalit! I miei vecchi, e mio fratello Pietro, e la mia Sarina e Leone e Ilario, tutti in aprile sono morti!
"Quando non ci sar pi io, penserai tu a curare le tombe, e a far dire le messe negli anniversari".
Donna Bettina si tacque, seguitando ad accarezzare i capelli di Margherita che piangeva.
Gli occhi bruni della madre con quella lucerna fioca sul comodino sembravano pi fondi nel volto bianco. Si vedeva ancora che era stata bella. Oggi, a quasi cinquant'otto anni, conservava l'incanto del sorriso luminoso e una grazia austera cos aristocratica nel parlare, nei gesti parchi, nell'incedere, che incuteva soggezione; qualcuno, non conoscendola a fondo poteva giudicarla superba.
- Bettina la superba dalla fronte imperiale, - come soleva dire di lei, scherzando, quel bell'umore di suo marito.
La vecchia signora era come assorta nell'apparizione di Sarina. Erano trent'anni che la bimba se n'era andata, ma sempre pensava a lei con tenerezza struggente, e dover lasciare quella tomba e quella dei gemelli, rendeva il distacco ancor pi penoso.
- Non mi dice pi nulla, mamma? A che pensa? - chiese Margherita alzando la testa.
Somigliava molto alla madre nel profilo forte, ma aveva gli occhi paterni, di un celeste limpido, frangiati di biondo, e anche i capelli aveva biondissimi, accesi, mentre quelli della madre erano stati di un color castano chiaro molto dolce.
Bettina si scosse.
- Ripensavo alla Sarina - rispose - e l'ho rivista come se fosse morta ieri. Sono tanti giorni che l'ho sempre in mente. E pensavo anche a Ilario e a Leone. Ma non ci si deve voltare indietro. Si perdono le forze - ripet.
- Le d noia il cuore, mamma? Le porto qualcosa di caldo?
- No, non voglio nulla.
- Lei s' troppo strapazzata di questi tempi e mettersi in viaggio domani, proprio non dovrebbe. Che necessit c'? Giorno pi giorno meno  lo stesso, e sarei cos contenta d'averla un altro poco con me.
- Non insistere, Margherita!
E Margherita si tacque, sapendo per esperienza che quando la madre aveva presa una decisione, nessuno era capace di fargliela cambiare.
Ma donna Bettina era veramente stanca. Nell'ultima settimana, dopo avere spedito, come aveva detto scherzando, il marito e Vincenzo a Firenze, era stata in piedi dalla mattina alla sera sorvegliando, fin nei minuti particolari, per quello spirito di precisione quasi maniaco che era nella sua natura, Margherita e la servit che disfacevano la sua casa, mettendo tutti gli oggetti e i libri e la biancheria nelle casse e imballando i mobili.
Entrando una mattina nella sua camera prima di disfarla, la vide invasa dal sole. Il damasco aveva riflessi d'oro; tutti i libri parevano belli dietro il cristallo dello scaffale, tutti i ninnoli preziosi.
- O sole, che vieni oggi a darmi l'ultimo saluto, che pena! Ancora poche ore, e tutto sar finito - disse. Ma non doveva piangere per non farsi scorgere dalla figlia, dalla servit. Che sforzo per per ricacciare le lacrime! Si sentiva logorare, consumare dentro da una pena che le parve desolata. Tanta parte del passato doveva distruggere con le proprie mani.
- Guardi di dormire, mamma, ha gli occhi cos strani stasera!
- Non  facile dormire, figliuola mia - rispose, e pens, mentre Margherita se ne andava: "Certo, devo avere gli occhi disperati, se vi si legge che soffro. E allora, domani?" si chiese. "Anche se mi sforzer di sorridere, il mio riso apparir falso a tutti".
E pensando a tante cose, si sentiva come svuotare l'anima.
"Ma bisogna essere forti, dimenticarsi per gli altri.  il vivere per gli altri che d il sentimento dell'immortalit, e quello che noi facciamo nel nostro intimo  come se lo facessimo palesemente" si diceva.
"Bisogna cercare di non soffrire per non creare onde di dolore che percuotano quelli che ci stanno vicini. Perch nulla  cos vero come l'influenza dell'intimo sull'esterno. Ma si passa tutta la vita a voler raggiungere questa semplicit e con infinito sforzo, non ci si riesce che qualche rara volta".
Si assop, ma fu scossa dal sobbalzare del cuore, le pareva di soffocare. And alla finestra, la spalanc respirando a fondo.
Nel giardino c'era una gran nevicata d'acacia che il vento aveva gettato a terra. E tutto era cos nitido e chiaro!
"Domani, domani" si disse "sar lontana. Oh! Lucca mia!".
E si mise a piangere.
S, ora poteva veramente piangere. Non la vedeva che la luna.
 VIII.
- Caro Luigi - disse una volta la madre al figlio dopo tre anni da che s'era trasferita a Firenze, - qui bisogna tirare i remi in barca e restringersi. La famiglia cresce.
Gi erano nate la Bianchina e la Pia e a quei dodici "mangia-a-ufo" - cos Bettina chiamava la servit - s'era dovuto aggiungere tutte e due le volte la balia, perch la Luisa sosteneva di non potere allattare.
- Mah! Anche per questo, i tempi non sono pi gli stessi! Io - e Bettina scandiva la frase - ne ho avuti sei di figli, e tutti e sei me li sono allattati.
Luigi, sempre con quell'aria trasognata, tutto dedito agli studi, ai poveri, ai malati, non domandava altro che di semplificare la vita, e la moglie, interrogata in proposito, disse al marito:
- Lo sai, non m'intendo di nulla io, e se tu e la mamma siete d'accordo, fate quello che credete, che certo sar per il meglio.
La famiglia, in verit, avrebbe potuto continuare a vivere in quel grandissimo palazzo che soltanto fra sale e salotti, con le pareti coperte di damasco, ne aveva dieci. E anche avrebbe potuto mantenere il tiro a quattro e tutta la servit. Ma a Bettina sembrava, e non a torto, dato il genere di vita agiato, ma semplice, che aveva imposto a tutta la famiglia, uno sperpero tener chiusa pi della met del palazzo e mantenere tutti quei servi che stavano a oziare ore e ore nei cortili.
Per Luigi poi, tutto quel lusso, in contrasto coi suoi principii, era causa di vero e proprio tormento.
Bisognava, s, riprendere magari un intero stabile perch erano molti in famiglia e perch la Luisa, difficilmente si sarebbe potuta abituare in un solo quartiere. Avrebbero continuato a fare una vita larga perch i mezzi c'erano, ma senza sperperi e con meno preoccupazioni inutili.
Il palazzo sul Lungarno fu venduto insieme con molta mobilia e con quadri di scuola veneziana che la Luisa aveva ereditato dai suoi che erano di origine veneta.
Alcuni servi furono messi in pensione, altri licenziati. Fu tenuto il cuoco, Serafino, e Marco, il cocchiere, che oltre a occuparsi di Corallino, l'ultimo cavallo restato per attaccare alla carrozza - la quale serviva pi che altro a Luigi per le visite ai malati - doveva sbrigare anche altre mansioni.
Di donne c'era l'Annina, cameriera particolare della Luisa, che la suocera non riusciva a digerire. Parlando di lei, la chiamava "quella peste" e la giudicava una fraschetta, capace soltanto nel mettere in fronzoli sua nuora.
E cercava, col lanternino, tutti i motivi per coglierla in fallo, e per rimproverarla, con la speranza nel segreto del cuore, di seccarla tanto, in modo che si licenziasse. Ma la nuora la proteggeva, e sembrava che non potesse farne a meno.
Da Lucca, la Bettina aveva fatto venire la Maria con una giovanissima figlia, la Carmela. Bettina sperava di fare della ragazza una cameriera perfetta, una donna di fiducia. La Maria si sarebbe occupata principalmente delle bambine e di Armando.
Odoardo era stato messo da prima in un istituto religioso da dove fu espulso per delle biricchinate; fu ripreso in casa, ma essendo troppo vivace, si decise di farlo entrare nel Collegio Granducale, e in famiglia andava soltanto per le feste. Ma anche come convittore militare, non doveva restarci molto perch non sopportava la disciplina, e pur essendo intelligente, non passava mai agli esami perch non studiava, e, quantunque generosissimo, i pi lo giudicavano leggero o addirittura senza cuore. A giorni era sereno, a volte triste, e poteva anche essere ribelle e violento. La madre soffriva per questo figlio, ed era grata al suocero sempre pronto a difendere Odoardo per risparmiargli sgridate e castighi. Bettina, pi severa, temeva che l'esempio di questo ribelle influisse non soltanto su Armando ma anche su Vincenzo, per quanto fosse maggiore di qualche anno di Odoardo.
Quando fu venduto il palazzo in Lungarno, la famiglia prese in affitto, dalle cantine alla torre, una bella casa antica in Borgo San Iacopo.
Nel cortile c'era la rimessa e molte stanze che servivano da deposito per le provviste che venivano dalle campagne lucchesi, dalla villa di Gigoli e da Villamagna, anche questa, propriet della Luisa. C'era anche il forno, e una volta alla settimana si faceva il pane.
A sinistra dell'ingresso e prima dello scalone una porta metteva nella cappellina, dove la sera si diceva il rosario.
Al primo piano, oltre la camera di Luigi e della Luisa, della Bettina, delle bimbe e della Carmela, c'erano tre salotti. Uno giallo stile Impero, uno rosso del Settecento, e uno verde moderno. Queste stanze erano le sole, in tutta la casa, che avessero le pareti ricoperte di damasco. In quello rosso fu posta una bella copia dell'epoca, di Caino che uccide Abele, del Tintoretto.
Sempre al primo piano c'erano pure la stanza da pranzo e un salotto cos detto di lavoro dove, a certe ore, la famiglia soleva riunirsi. La cucina era separata dalle altre stanze da un camerone che serviva da guardaroba.
Le finestre di cucina davano su di un piccolo cortile che apparteneva alla trattoria del Centauro, l accanto al portone del palazzo.
- Certe volte ad affacciarsi - sosteneva la Carmela - viene da recere.
Il proprietario del Centauro era un omaccione con una triplice pappagorgia, la testa a forma di fiasco e gli occhi chiari affogati nel grasso; cerimonioso coi clienti, burbero, duro, crudele con la servit, specie con un garzone giovinetto affidato a lui da lontani parenti.
Il ragazzo lo chiamavano - Dio sa poi perch - Vespa; era magro come un chiodo, di capelli rossi, lentigginoso e con gli occhi strabici, lucidi come le bucce dei marroni. Stava sempre in maniche di camicia che rimboccava fin sopra il gomito e portava un grembiule candido la domenica, e il sabato addirittura lercio perch il padrone non glie ne passava che uno per settimana. Vespa era proprio il servo di cento padroni perch anche i camerieri, le serve, il cuoco, lo comandavano.
Ma la sua mansione principale consisteva nello stare in un angolo della corte, a pestare per ore ed ore di seguito gli ossi gi diligentemente spolpati dai denti degli avventori. Poi, questa poltiglia, era raccolta in un pentolone e messa a bollire col mazzetto degli odori, la cipolla bruciata, il sale e il pepe.
Taluni assicuravano che un brodino buono come quello del Centauro, non si beveva nemmeno da Doney.
Poteva succedere talvolta che Vespa, forse stanco, restasse immobile col pestello in una mano, mentre le mosche si buttavano furibonde su lui e sul mortaio.
Allora, il padrone che lo spiava, staccando dal chiodo una giannettina dove erano legati alcuni pezzi di fune, e facendola schioccare in aria, diceva con un risolino diabolico:
- Sta attento, figlio d'un cane, che stasera, quando s' chiuso bottega, ti faccio il funerale!
L'infelice Vespa ripigliava a pestare con energia e gridava alle mosche:
- Attente alle gambe! Attente alle gambe!
Al secondo piano c'erano le camere dei forestieri, quelle di Vincenzo, di Odoardo, di Armando e uno studio.
Tista era stato relegato su nella torre, dove, da un lato, stavano le camere per Marco, per Serafino e qualche altra per i bauli e la roba in disuso; dall'altro lato il quartierino di tre stanze che dava sull'ampia terrazza, fu del nonno.
Siccome d'inverno c'era un gran freddo, egli battezz "la marmaia" questa sua nuova dimora, ma fu contento di averla, anche se l'arredamento era stato fatto coi mobili di scarto della casa. L poteva vivere a suo piacere e finalmente apr alcune casse e mise in mostra una infinit di oggetti pi disparati: stampe, armi, pezzi di minerale, qualche animale impagliato, curiosit di ogni genere raccolte nei suoi viaggi e che la moglie, di gusto fine e sobrio, non gli aveva mai permesso di mettere in mostra.
Spesso nella "marmaia" salivano i giovani, e le bambine che si divertivano un mondo a curiosare fra tutte quelle cianfrusaglie con le quali Tista aveva ridotte le stanze come una bottega di rivenditore ebreo, diceva la moglie, la quale non saliva lass che raramente per non farsi cattivo sangue.
Nel mezzo dello studio, assai vasto e con tre finestre, c'era una grandissima tavola ingombra di carte, libri, giornali, fermati da pezzi di minerali; alle pareti v'erano armadi profondi e neri anche quelli pieni di libri, di compassi, di scatole, con cento ammenicoli. C'era anche la spinetta.
Le sedie erano imbottite, ma tutte scompagnate, e una poltrona Impero, a pozzetto, con le teste di ariete scolpite sui braccioli era posta accosto alla tavola; l Tista leggeva, scriveva, disegnava.
La mattina si alzava presto, e dopo aver fatta una accurata toletta, non voleva essere servito n in sala da pranzo e nemmeno nella "marmaia", ma scendeva in cucina dove si faceva dare due grandi ciotole di caff e latte, inzuppandoci molto pane. Anche a questo, la moglie s'era dovuta rassegnare, non essendo riuscita a togliergli quell'abitudine, diceva, "proprio plebea".
Poi, fino alle sei e mezzo, ora di pranzo, Tista non mangiava pi, e a tavola gli piaceva scherzare e dire barzellette. Raramente usciva la sera.
Dopo preso il caff e latte Tista andava fuori con qualunque tempo, e tornava a casa verso le undici. Se faceva caldo, si toglieva il vestito infilandosi un'ampia vestaglia fresca di seta e lino. Sotto la tavola, davanti alla poltrona, faceva collocare un gran recipiente pieno d'acqua fredda, dove metteva i piedi e in quella posizione restava ore e ore, con un libro in mano, a scrivere, o a disegnare, con tutte e tre le finestre spalancate in modo di essere in mezzo alla corrente e godersi il vento.
D'inverno invece, era freddoloso all'eccesso e nella "marmaia" s'intabarrava quanto pi poteva. Aveva sempre in mano un grande veggio di coccio che continuamente sbraciava con una minuscola paletta d'ottone, e allora per il gran calore gli veniva il naso rosso.
Marco era incaricato di mettergli prestissimo, nel letto, la cecia col trabiccolo; lui vi entrava senza toglierlo e non di rado s'addormentava cos.
Spesso la Pia, fin da quando era piccolina, saliva in punta di piedi le lunghe scale che conducevano alla "marmaia", poi, si affacciava nella stanza dove era il nonno e gettava un grido.
Il vecchio si voltava ridendo:
- Ah! birba! Mi hai fatto fare uno sbonchio! - diceva.
La Pia era il suo amore, lei gli corrispondeva un grande affetto e appena le era possibile scappava da lui, che era felice; le parlava di tante cose, le insegnava ad essere birichina, e di nascosto le regalava i confetti con le mandorle e le portava, tornando di fuori, il pandiramerino con l'uva.
Certe volte, la bambina trascinava una sedia vicina alla poltrona e pettinava i capelli del nonno che li aveva lunghi bianchi, morbidissimi.
Quando la Pia crebbe, divenne la sua confidente. Ma anche gli altri giovani gli volevano bene, per la sua allegria e perch mai aveva dato uno scappellotto n ai figli n ai nipoti; anzi spesso, nel passato, aveva bisticciato con la Bettina che invece era di mano piuttosto svelta.
Se qualche volta, quando i loro figli erano ragazzi e giovanetti, la moglie gli raccontava di qualche loro marachella e gli diceva che li sgridasse o li castigasse, Tista cominciava una ramanzina atteggiandosi a gran seriet e il pi delle volte concludeva:
- Figli miei, datemi retta, obbedite al babbo e alla mamma, ma fate sempre a modo vostro.
Allora tutto finiva in una risata fra lui e i colpevoli, mentre la madre avrebbe pianto di rabbia e di sconforto.
Quale crudele sofferenza era per lei! Tutto in scherzo prendeva, anche le cose pi sacre come l'educazione dei figliuoli.
Aveva creduto di unire il suo destino a un uomo, invece nulla!
Egli non era che un incosciente che, prima, ella consider con apprensione, poi con piet, infine con disprezzo.
Tista fu sempre affezionato alla Bettina, e talvolta, per quanto vecchio, sembrava ancora innamorato di lei e la guardava con tenerezza, mentre quando lui le si avvicinava essa stava impettita, scostante.
- Io non dimentico nulla - gli diceva la moglie - n il bene n il male. Ci fu un tempo che il male lo dimenticavo, ora non pi, e ritorna a galla anche quello pi lontano.
- Avete torto Bettina cara, avete torto, voi che siete cristiana - le rispondeva il marito. - Eppoi deve essere molto faticoso tenere a mente tutti questi conti.
Certe volte, egli le si avvicinava per parlarle sperando che a lei si sciogliesse quella maschera di gelo che le aveva impietrito il cuore e tolto il sorriso, e sapesse trovare un momento di abbandono, magari per rinfacciargli tutto quello che per lui aveva sofferto. Ma che! Bettina, se lui le girava intorno, gli diceva aspra:
- Che cosa volete? - ma con un tono tale che era come se dicesse: "Desidero che non mi parliate e che mi lasciate tranquilla e sola". Ma intanto lei pensava: "Ecco lui, ora fantastica, forse, su quello che ci fu di bello nel nostro amore e vorrebbe rompere l'arco teso fra noi in questi lunghi anni, per ritrovare nella vecchiaia il conforto della mia tenerezza. Ma non sarebbe che una fantasia delle sue, come sempre. Quello che  veramente morto, non pu ritornare".
...
Talvolta, nella "marmaia", si facevano dei veri concerti; oltre la spinetta, c'era pure la fisarmonica, l'ocarina, lo scacciapensieri, e si potevano cantare anche le canzoni patriottiche che tanto, quelli di gi, non avrebbero potuto sentire.
Vincenzo si metteva alla spinetta, Odoardo, Armando, la Bianchina e la Pia, ai lati del nonno che con una bacchetta in mano, segnava il tempo e cominciava a cantare da solo:
Viva l'Italia, ma questo, piano.
Se ci sentissero, per caso strano!
Il nonno terminava con una bella volata, poi diceva:
- Forza ragazzi!
E tutti e sei incominciavano:
Il giallo e il nero
Non son d'Italia i fiori
Vogliamo altri colori
In sul cimiero.
Guai chi lo tocca
Il rosso, il bianco e il verde!
 un terno che si giuoca
E non si perde...
Ma Armando era quello che stonava alla maledetta, un po' perch non aveva orecchio, un po' perch si divertiva a fare certe stecche che sembravano ragli. Allora gli altri protestavano e Vincenzo s'arrabbiava, perch lui adorava la musica e prendeva sempre tutto sul serio.
Bettina permetteva al marito di avvicinarsi quando, in certi pomeriggi, tornava di fuori dopo essere stato in un caffeuccio vicino alla stazione, dove capitavano i lucchesi che venivano a Firenze col vapore, perch era curiosa di conoscere le novit di Lucca. Abitualmente stava nella sua camera che era molto vasta e fatta ad alcova. Cos il letto restava dietro un tendone di damasco, e il resto della stanza aveva bellissimi mobili Impero, tappeti, specchi, ninnoli, libri, qualche quadro. Vicino alla finestra c'era un tavolino da lavoro e una poltrona con la spalliera rigida. L stava la signora appoggiando i piedi sul panchetto, dove la Bianca aveva ricamato a punto in croce sul filondente un cucciolo color tabacco con certi occhi tondi che avevano destato l'ilarit del nonno e dei giovanotti.
Quando Tista entrava piano piano come fa il gatto, la moglie diceva:
- Avanti, avanti, venite avanti; sedetevi l - accennava alla sua destra. - Scostati Bianchina, e di una sedia al nonno.
Intanto egli sbraciava il veggio che Marco gli aveva fatto trovare ben colmo, poi si metteva in tasca la palettina d'ottone, per essere pronto a risbraciare, appena la cenere avesse imbiancato il rosso della carbonella.
- Bella pulizia, - gli diceva la moglie, - vi resta tutta la cenere nelle tasche.
- O che  roba sudicia? - rispondeva lui. - Del resto anche noi, un giorno, diverremo cenere, Bettina cara, e vuol dire che comincio ad abituarmi con questo campioncino sottomano quando mi frugo nelle tasche.
Lei scuoteva la testa in aria di compatimento, ma non lo rimbeccava perch voleva sapere qualcosa di Lucca.
Tutti tacevano per un po' e Tista sentiva che la moglie si struggeva di curiosit, ma stava zitto zitto come assorto, mentre la sbirciava con la coda dell'occhio, contento di farle un dispettino; poi Bettina, non potendone pi, domandava:
- Non avete niente di nuovo da raccontare? Chi avete visto?
Allora lui le diceva dei lucchesi che aveva incontrato al caff vicino alla stazione e le riportava la cronaca di cose private, o pi spesso di avvenimenti politici.
Una volta, nel novembre del '55 disse
- Fatti grossi, fatti grossi!  morto Placido Campetti.
- Ah! Ah! il poeta - disse lei ironica, - il democratico!
-Sicuro, democratico, e poeta anche senza il vostro ah! ah!
- Ebbene? - incalz lei, incuriosita.
- Ebbene, durante l'assoluzione in chiesa, il barbiere Giacomo Puccioni ha messo sul feretro una ghirlanda tricolore, e la vecchia Gaetana Cotenna ne ha messa una anche pi grande e con dei nastri rossi lunghi cos...
Egli allargava le braccia pi che gli fosse possibile per far vedere la lunghezza di quei nastri.
- La vecchia pazza - disse Bettina.
- Perch pazza?  una repubblicana convinta, e so anche che Mazzini l'apprezza.
- Esaltati che condurranno tutti alla rovina. Ricordatevi che cosa fece quando mor la sua nipote.
- Che fece, nonna?
- Fatevelo raccontare da lui; non mi voglio sporcare la bocca!
- Gi - disse Tista - fu nell'ottobre di due anni fa, che mor la Polissena Leonardi, che sarebbe stata la figlia di Cleobolina Cotenna, maritata a un Leonardi e figlia della Gaetana.
- Ma che fece questa Gaetana, nonno?
- Dovete sapere che la Gaetana e suo marito sono repubblicani.
- Libera nos Domine - esclam Bettina segnandosi.
- Dunque, quando mor la Polissena, la sua nonna la vest tutta di bianco, l'appoggi col capo al pianoforte dicendole, come se la ragazza fosse viva: "Canta l'aria della Giovanna d'Arco, canta". Poi nel silenzio, quando portarono via la morta, la Gaetana gridava come una forsennata: "Addio bell'Angelo! Rammenta all'Eterno la nostra misera patria; la povera Italia da tutti straziata".
Le fanciulle non sapevano se ridere per quella scena che per quanto macabra aveva del grottesco, o commuoversi per quella povera Italia straziata di cui il nonno raccontava tante cose meravigliose, nonostante che la nonna e il pap evitassero sempre questi discorsi, e dicessero, specie il pap, un gran bene del Granduca, mentre per la nonna, il re dei re non poteva essere che il Papa.
Quando Tista non aveva pi nulla da raccontare Bettina appoggiava il lavoro sul tavolino, poi prendeva le due cocche del grembiale di seta nero guarnito di trine, e che teneva sempre quando lavorava, e con le braccia aperte lo stendeva dalla parte del marito:
- Tista - diceva - tiratevi in l con codesta stoviglia, mi bruciate tutto l'orecchio.
Il veggio, lei, lo chiamava stoviglia.
Sempre la stessa storia! Sempre! Appena lui aveva vuotato il sacco, non lo voleva pi vicino.
Allora Tista si alzava, inquieto; capiva che la moglie ne aveva assai di lui e se ne andava su nella "marmaia" borbottando:
- Buggerato! Buggerato!
 IX.
Dopo parecchi anni dalla vendita del palazzo sul Lungarno, fu la volta della villa di Gigoli.
- Bisogna semplificare la vita - andava ripetendo Luigi, sempre pi assorbito dagli studi e dai malati. - Io non posso arrivare a tutto.
Siccome la madre si occupava dell'amministrazione della casa, a Luigi restava il peso di quella di campagna.
- I contadini rubano - diceva il dottore - e il fattore pi di loro. Per villeggiare c' Villamagna che ha anche il vantaggio di essere vicina.
Luigi era inetto nelle cose pratiche e vendendo, credeva di far bene, nell'interesse dei figliuoli. Cos la villa di Gigoli, che a Luisa era molto cara per i ricordi dell'infanzia, fu ceduta insieme con dodici poderi e con dieci appezzamenti di bosco.
Era bella, la villa di Gigoli con l'arma medicea sul cancello, sulle porte, perfino sulle maniglie di rame di certi grandi cassoni dell'epoca.
Come vi era stata felice la Luisa subito dopo il matrimonio col dottore!
La prima volta che si era sposata, cos giovane, il marito non le aveva rappresentato che l'illusione dell'amore, la quale era subito sfumata, mentre il marito le era restato. Talvolta ripensava a quegli anni con un brivido di disgusto e di orrore.
Per Luigi aveva avuto una passione travolgente. Si ricordava il tempo della luna di miele l nella villa, quando tante rose, tanti giaggioli, un paradiso di fiori, sembravano sbocciati per loro nel paesaggio di olivi e di cipressi.
La mattina balzava dal letto infilando una vestaglia bianca, i piedi nudi in certe babbucce da Cenerentola, e spalancando il balcone cominciava a spargere chicchi di granoturco. Allora tanti piccioni volavano a lei, le si posavano sulle braccia e rideva felice, mentre lo sposo la chiamava:
- Gigia, colomba bianca! Vogliamo uscire?
E i boschi dove andavano a vagabondare, allacciati per le braccia erano una meraviglia.
Luigi le diceva tutte le care, assurde parole degli innamorati, la ringraziava perch esisteva.
Poi, tornati in citt, a poco a poco, il marito era stato ripreso dallo studio, dalla professione era divenuto freddo, assorto.
- Com' - si chiedeva talvolta Luisa - che l'amore finisce? Almeno finisse al medesimo tempo in tutte e due le creature che si sono amate! Ma cos  uno strazio.
Lei non riusciva a capacitarsi di questo, lei che se sentiva cantare una romanza d'amore, associava immediatamente il nome di Luigi al suo, e le veniva da piangere.
Luisa era malata di sentimento: s'era illusa che l'amore fra lei e il marito sarebbe stato immutato e immutabile per tutta la vita, e avrebbe desiderato di essere sempre vezzeggiata, coccolata. Aveva tanto bisogno di tenerezza! Pi gli anni passavano, pi la sua sensibilit sembrava acuirsi, diveniva, in certi momenti, disperata, nonostante che si proponesse di essere insensibile. Non ci riusciva. Le bastava che il marito si scuotesse a volte da quella fredda apatia che sembrava lo tenesse assente anche quando le era vicino o che le facesse una carezza, per la bonomia del suo carattere, restato ancora fanciullesco, ella ritornava ad essere gaia, tutto le risplendeva intorno. Un albero, un fiore, il cinguettio di un bimbo, le davano la felicit, e la fantasia spaziava nel pi azzurro dei cieli.
Cos era Luisa: dava valore anche alle cose guardate con indifferenza dai pi: a una rosa, a un sorriso, a una stella. E questo era il profumo della sua vita.
- O Gigia! Gigia! che sei sempre una bambina! - le diceva il marito.
Tutti l'avevano sempre chiamata Luisa, la nonna, in collegio, il primo marito, i suoceri, il cognato. Solo Luigi ai tempi del fidanzamento l'aveva ribattezzata Gigia, e questo nome le piaceva perch glielo aveva dato il suo amore.
A volte poteva anche essere triste, nonostante che tutti i parenti le volessero bene.
Era simpatica, carina ma poco compresa. Essendo dolce di carattere, stava in pace coi suoceri e col cognato.
Ma Odoardo le dava pena. Non studiava, faceva all'amore, aveva fatto qualche debito e minacciava sempre di arruolarsi e andare alla guerra. Certe volte, se lei lo rimproverava, e anche piangeva, lui l'abbracciava, le domandava perdono, le prometteva di far giudizio, per sempre scherzando e dicendole che lei era troppo piccina piccina picci e non poteva capire tante cose, e la baciava, e finiva col farla sorridere mentre ella s'inquietava con se stessa perch avrebbe voluto star seria.
Odoardo s'era fatto un bel giovane. Biondo, alto, con gli occhi celesti e Luisa ne era orgogliosa.
Siccome Bettina si mostrava severissima con Odoardo, la madre diceva tra s: "Si capisce, se fosse figlio di suo figlio, non sarebbe cos eccessiva. Infine che  per lei? Un estraneo, il povero figlio mio!".
Ma Bettina, temeva sempre che Odoardo mettesse su Vincenzo per trascinarlo alla guerra. Lo considerava uno scostumato, un fannullone.
Vincenzo, pur essendosi rimesso bene in salute - solo gli era rimasta la voce un poco fioca - desiderava ardentemente di andare soldato, ma sentiva di non poter dare alla madre, malata di cuore, questa nuova ansia. Si ricordava quello che lei gli aveva chiesto fra le lacrime, aggrappata a lui, quando erano morti Ilario e Leone.
- Non mi lasciare, non mi lasciare mai!
Il giovanetto aveva compresa l'ansia disperata della madre, e aveva giurato a se stesso di starle sempre vicino e di sacrificarle tutto: l'Italia, caldo amore, e qualunque altro amore, se un giorno fosse venuto.
Armando s'era fatto un ragazzaccio con una gran testa, la bocca larga, gli occhi scuri, furbi e bonari. Era sempre arguto, spiritoso, chiassone, affettuosissimo, e studiava il meno che fosse possibile approfittando che i rimproveri per lui erano pochi, anche se non passava agli esami, perch essendo stato delicato da bambino, la madre temeva sempre che si affaticasse troppo.
Quando cominci col latino, furono guai. A casa, aiutato da Vincenzo e Tista, i compiti andavano bene, ma per quelli fatti in classe gli zeri fioccavano.
- Gli  che non studi - gli diceva Tista.
- Non  vero, io studio anche troppo, e il latino lo so meglio di certi miei compagni che hanno pi fortuna di me.
- Gi, gi - gli rispondeva il vecchio - tu, il latino lo sai come quella signora inglese che diceva di conoscere benone l'italiano, e un giorno mi disse: "La mia cana ha fatto due canarini, uno uomo e una donna".
...
La Pia e la Bianca erano affettuosissime con la madre, ma la nonna se n'era quasi impadronita per educarle secondo il suo metodo. Raramente la Luisa andava fuori con le figlie o la suocera; per era lei che riceveva e ricambiava le visite, il che faceva con molta grazia. Era fine, istruita, parlava benissimo il francese, dipingeva con gusto, e la sua passione era la musica. Certe volte quando aveva voglia di piangere, si metteva al piano e suonava, suonava a memoria fino a stancarsi e profondamente romantica diceva a se stessa: "Suonare, suonare, suonare senza smettere mai, finch un giorno il buon Dio dica: Ora Gigia, basta, non devi suonare pi. E morire cos".
Accadeva anche che la suocera a tavola le dicesse:
- Tu hai suonato Bach tutta la mattina, Luisa, sempre Bach.
- Forse, mamma.
- Certo, non forse, - rispondeva Bettina che certe volte ne aveva assai di Bach e delle sue Fughe.
A volte Luisa, che era religiosissima, pensava delle cose da superstiziosa; gettando un oggetto per terra, a seconda di come cadesse, ne traeva l'oroscopo immaginando per esempio che quel giorno Luigi non sarebbe stato cos trasognato.
E quando lui rientrava in casa, gli s'avvicinava tenera, amorosa, trepida, sperando che le chiedesse come aveva passato il tempo, che le desse un bacio, le portasse un fiore. Se questo accadeva nessuno era pi felice di lei, se invece le faceva una carezza distratta, soffriva in modo indicibile.
A volte Gigia, si diceva che era stata troppo docile a permettere la vendita del palazzo del Lungarno e soprattutto la villa di Gigoli. Ce ne fosse stato bisogno! Eppoi, in troppe cose aveva ceduto. In fondo, lei non contava nulla e sembrava una figlia di famiglia come i suoi figliuoli, il cognato, quasi come le sue bambine.
Che ne sapeva Luigi di tante sue sofferenze? Se qualche volta si era lamentata, egli le aveva detto:
- Sta quieta, sta quieta! Tu non sei che una bambina.
Luigi era uno di quelli che appoggiano la mano, una sola, su una spalla, con una delicatezza indicibile, ma  come se spingessero invece con tutte e due le mani aperte anzi, con tutti e due i pugni serrati e con la violenza di un pugilatore.
E siccome egli imponeva la sua volont con la voce piana, con un sorriso, con una carezza, allora la Gigia non riusciva mai a dire di no, non riusciva a ribellarsi, mentre se il marito si fosse fatto forte d'imposizione, probabilmente avrebbe reagito tenendogli fronte.
"Io" pensava certe volte "a furia di dire sempre di s, ho piegato la testa fino a baciarmi le ginocchia".
In certi lunghi pomeriggi invernali, mentre cuciva o ricamava, pareva a Luisa che le si svuotasse il cervello, col tempo che sembrava di piombo. Ma era capace (e forse, si diceva, " la mia disgrazia") per un tenue, improvviso e fugace barlume di sole fra le nuvole, di vedere intorno a lei la luce pi sfolgorante.
Allora respirava con gioia e fantasticava felice, sulle pi rosee speranze che le parevano certezza.
...
Donna Bettina aveva le redini della casa, e comandava a bacchetta, cos ai congiunti come alla servit e bisognava obbedire. Estate o inverno, all'Ave Maria, tutti dovevano essere a casa, eccettuato il figlio medico che poteva rientrare quando le visite professionali fossero terminate.
Una volta la Luisa era uscita con la Bianchina per fare alcune commissioni. La bimba teneva al guinzaglio un canino eccessivamente magro come era la moda di allora. Passavano sul Ponte Vecchio, quando due monelli si pararono loro davanti, e uno disse, accennando al cane:
- O perch la un prova a dargli da mangiare?
E il compagno di rimando:
- Ma sta zitto, grullo! Da mangiare e' n'avr anche troppo. Gli  che i' ccane un potendo mostrargli i' ccore alla su' padrona e' gli mostra le costole.
Madre e figlia furono prese da uno scoppio d'ilarit, e mentre la signora cercava di dominarsi, la bambina rideva a piena gola.
In quel mentre, suon l'Ave Maria.
Affannata, la Luisa volle raddoppiare il passo, ma un piede le s'impigli nella gala della sottana e cadde a terra, facendosi un po' male.
Rientrata in casa zoppicando e tutta confusa per il ritardo, trov la suocera, che in piedi, stava ad attenderla nell'anticamera.
- Questa - disse - sia la prima e l'ultima volta.
Alle dodici si faceva colazione, alle sei e mezza si andava a desinare. Nessuno si sarebbe messo a tavola, se prima non si fosse seduta la nonna, la quale si faceva sempre aspettare, avendo l'abitudine di fermarsi nella sua camera a dire qualche orazione prima dei pasti.
Gli altri s'impazientivano, ma nessuno osava protestare eccettuato Tista che qualche volta diceva:
- Pia, Bianchina, gliela facciamo a quella beata sbisoriona?
Quest'aggettivo glielo aveva affibiato, per significare che sua moglie biascicava sempre preghiere.
- Gliela facciamo oggi, alla nonna? - continuava - Scaraventiamo la zuppiera in corte? O tiriamo una cocca della tovaglia e rovesciamo tutto? Chi sa come si riderebbe dopo! A Lucca glielo feci tre volte questo scherzetto. Lo rifacciamo?
Ma n la Pia n la Bianca volevano saperne, perch temevano gl'inevitabili gastighi, e perch avendo un bell'appetito, non volevano rinunziare alla minestra o ritardare il desinare.
Quando finalmente Bettina arrivava era accolta da un "Ooh!..." ben prolungato del marito, al quale ella gettava uno sguardo altezzoso, passandogli dinanzi dritta e fiera.
Quando tutti erano a posto, prima di sedersi, donna Bettina si segnava, incominciando il Padre Nostro, e gli altri la seguivano.
Fino a che i figli erano stati piccoli, prendevano i pasti nella stessa stanza e alla stessa ora che i grandi, ma ad un tavolino separato, insieme con la bambinaia; poi, quando furono cresciuti, la tavola fu una sola.
A capo stava la Bettina che aveva a sinistra Luisa e a destra Luigi: accanto a lui c'era Vincenzo poi Armando, Tista, la Pia, la Bianca e Odoardo che veniva a trovarsi accanto alla madre.
Marco serviva prima la Bettina, poi la nuora e il vecchio; dopo venivano i giovani e per ultimo il dottore, per quello spirito di umilt che metteva in tutte le cose che lo riguardavano.
Alla frutta la nonna che ne era golosa, si prendeva sempre le pi belle e le pi buone e ci teneva a sceglierle e a distribuirle da intenditrice infallibile. Tista offriva le noci. Ne metteva una sulla tavola e vi appoggiava l'indice e il medio della mano destra, poi con la sinistra alzava le due dita lasciandole ricadere con forza; la noce si schiacciava. Allora soddisfatto l'offriva con un "A voi!" detto con galanteria e accompagnato dal pi bel sorriso.
...
Un giorno destinato allo stiro, la Maria, la Carmela e l'Annina stavano nel camerone. La Luisa era uscita per fare alcune visite e donna Bettina ogni tanto appariva come un'ombra sulla soglia della stanza per sorvegliare che le donne lavorassero e non si perdessero in ciancie.
Nella pila dei tovaglioli se n'era trovato uno abbronzato, e la Maria, certa di non essere stata lei, brontolava con la figlia e con l'Annina, per quanto tutte e due affermassero di non aver fatto quel guaio.
- Eh! gi! la colpa mor fanciulla, perche nessuno la volle, - diceva la Maria, mentre cercava di togliere l'abbronzatura.
L'Annina disse:
- Sono stufa di fare questa vita; non ne posso pi. Sono stanca.
- E quando sei stanca e non ne puoi pi - rispose Maria - bisogna ricominciare da capo, e allora  anche inutile essere stanchi.
- Del resto - aggiunse la Carmela - tu, qualcosa da parte ce lo devi avere, ma io, per esempio, son povera come l'acqua dei maccheroni.
- Per sei tanto giovane.
- Ma la mamma non  giovane; a servizio ci siamo da poco, e lei  povera come me.
L'Annina seguiva la sua idea fissa:
- Un giorno o l'altro me ne vado! - esclam.
- Ma dove te ne vuoi andare, scema che non sei altro? - consigliava la Maria, - qui non ti manca nulla.
- Dove me ne voglio andare? Via di qui, per quella vecchia che  pi pungente delle spine del Crocifisso.
- Ma dove te ne anderai? - chiese ancora la Carmela.
- E chi lo sa? Un piede in terra, e l'altro dove Dio vuole. Bisogna pigliare una risoluzione, tirare avanti e fare tutto alla svelta. Io sono stata svelta anche quando nacqui. A mi' madre le presero i dolori che era nella vigna, e mi' padre la trov buttata in terra che urlava. La riport a casa, chiam una donna, e nacqui subito. Poi, nella furia, m'avevano legato male il bellico e quando mi sfasciarono lo trovarono sciolto. Eppure son viva ancora! - disse ridendo.
- Finiscila con codesti discorsi. Se ti sente donna Bettina ti fa vedere il diavolo nel catino, te lo dico io! - la interruppe Maria. - Lo sai che quella arriva sempre senza farsi sentire, e quando meno te l'aspetti.
- Eppoi? Lo so che la vecchia trova il male anche nell'acqua fresca, ma se m'avesse sentito e si meravigliasse le direi: "O che forse a lei, non glielo legarono il bellico? Ha avuto sei figliuoli, non mi capacita che si meravigli di questi discorsi naturali".
- Ti vuoi star zitta?
Ma l'Annina aveva proprio voglia di chiacchierare e prosegu, mentre, aiutata dalla Carmela, tirava con tutta forza un lenzuolo di canapa quasi nuovo:
- Guarda che razza di lenzuola ci passa a noi la sbisoriona!
- Ne vorresti avere delle belle dozzine!
- Questi, se vai a letto col pizzicore, ti grattano! Come se la nostra pelle non fosse come quella dei signori!
- Disse la canapa al lino: Tu finisci, io m'affino - sentenzi la Maria.
- Bei discorsi, ma prima d'affinarsi ce ne vuole! Se mi sposo, il corredo lo voglio tutto di tela, e voglio anche un bel giovanotto! Uno che mi porti in America, a fare fortuna.
- S, in America! A soffiare il naso ai pappagalli! E un giovanotto e bello per giunta  l che cova - disse ironica la Maria. - Ma se proprio hai voglia d'accasarti, cercati un uomo attempato e di giudizio. Non sei pi una ragazzina!
- No, se mi sposo, il marito deve essere giovane. Il vino  buono vecchio, ma gli uomini ci vogliono giovani!
La Maria s'era infuriata perch simili discorsi non li ammetteva e minacci di andarsene con la figlia che cercava di calmarla, mentre aveva una gran voglia di ridere.
La Maria, ripreso in mano il ferro, disse alla figlia, accennando l'Annina:
- Che vuoi! Quando la sento discorrere cos a me mi viene lo gnocco! Ma finiscila anche te di ridere, e non dar retta a quella grulla l. Piuttosto appunta dritti i fazzoletti prima di passarci il ferro. Lo sai che dopo, lei, se il lavoro  fatto male, ci fa levar la sete col prosciutto!
Lei, naturalmente, era la Bettina.
Alla Carmela, buona figliuola, rosea e bianca, biondastra, dinoccolata, dalle mani e dai piedi grandissimi era proprio presa la ridarella e non ascoltava la madre; ma l'Annina continuava imperterrita:
- Dopo che nacqui mia madre stava male, non aveva latte; mi misero in bocca uno straccetto legato con lo zucchero dentro e per quattro giorni stetti cos. Eppure, son viva ancora!
Col ferro in mano, si mise a fare un giro di polca, canterellando.
La Maria scatt:
- Smettila ti dico! Lo sai che lei ha le scarpe di feltro!
- Ah s? E che me ne importa se ha le scarpe di feltro? Ma quando rinasco, vedrete! Io sar la signora, e la sbisoriona me le pulir lei, le scarpe!
Donna Bettina apparve nel vano della porta.
La Maria e la Carmela, allibite, diventarono rosse, e si misero a stirare di gran lena, a testa bassa.
La signora disse rivolta all'Annina:
- Vai a fare il tuo fagotto. Tra mezz'ora passa da me, per regolare i conti.
- Se crede che pianga... - rispose la cameriera. - Era quello che volevo, e mi dispiace soltanto di lasciare donna Luisa che  una santa, e vorrei salutarla.
- Meno ciancie. Vattene, ho detto.
L'Annina, con una risata ironica che fece fremere d'ira la signora, se ne and correndo.
- In quanto a voialtre - disse rivolta alla Carmela e alla madre - filate dritte se non volete andar dietro a quella svergognata.
E usc dal camerone, con la sua andatura maestosa, felice di essersi liberata da quella peste dell'Annina.
Ma certo, quando la Luisa rientr a casa, fu seccatissima di non ritrovare la sua cameriera.
...
Per il compleanno della Luisa i suoceri, le figlie, i figli le fecero dei regali. Vincenzo le present un bel mazzo di camelie rosa, con la carta trinata intorno, e nel mezzo c'era la busta col sonetto che il cognato aveva composto per lei.
Vincenzo andava agli Scolopi, e quando c'era da fare il componimento in versi, se la cavava sempre bene. Era un temperamento d'artista, per quanto in seguito si fosse laureato in matematica e ingegneria. Da giovane scriveva versi, dipingeva con gusto e suonava bene il pianoforte.
La Carmela, quando mise in un bel vaso sulla tavola apparecchiata il mazzo di camelie, disse:
- Questi fiori son come certe ragazze, belle e sciape sciape. Che ne dici Marco?
- Dico - rispose il cameriere - che non capisci nulla. Se il signorino Vincenzo le ha scelte, vuol dire che sono belle.
Su qualunque cosa faceva il signorino Vincenzo, Marco non ammetteva discussioni. Vincenzo era sempre gentile, buono con la servit e tutti l'adoravano.
La Bettina quel giorno aveva avuto un lungo discorso con Serafino, il cuoco, perch il pranzo usuale fosse aumentato di due piatti e del dolce e perch fossero prese di cantina alcune bottiglie di vin santo vecchio, di quello che piaceva alla Luisa.
Quando il dottore entr, vide i fiori e il pranzo delle grandi occasioni, si guard intorno, come per chiedere che cosa ci fosse di nuovo.
- Evviva la mamma! - grid la Pia, battendo le mani.
- Oh! m'ero scordato! Scusa, scusa - disse confuso.
E dopo un po':
- Ti vorrei fare un regalo, Gigia. Che cosa ti piacerebbe?
Ella rispose con un sorriso formale:
- Grazie, nulla.
Egli insisteva, mentre la moglie continuava a ripetere:
- Nulla; non mi occorre nulla; non desidero nulla; grazie lo stesso.
Ma intanto pensava: "Me lo chiede pro forma, perch non s'interessa pi di me, per non fare brutta figura dinanzi agli altri, me lo chiede. Perch non indovina pi i miei desideri come quando mi amava e gioiva di farmi una sorpresa. Non ha il piacere di cercarmi l'oggetto che mi avrebbe fatta felice, e considera semplicemente doveroso farmi un regalo".
E siccome a fine tavola le disse ancora - Ti prego, dimmi che cosa vuoi - Gigia disse, alzandosi: - Non insistere, non voglio nulla.
E pens: "Anche la memoria viene dal cuore".
 X.
Tista aveva fatto, insieme con un suo amico di Prato, un contratto di livello perpetuo con un certo marchese, nel cui possesso, vicino a Certaldo, c'era la sorgente dell'acqua minerale di Lajano, detta anche della salute.
Bettina fu recisamente contraria a questa nuova impresa che, secondo Tista, avrebbe fruttato oro a palate e che, secondo lei, avrebbe invece dato fondo a quel poco che ancora restava del patrimonio di lui e, per suo conto, gli disse chiaro e netto, che non gli avrebbe dato nemmeno una crazia. Luigi era del parere materno, ma poi, quando Tista venne in dissidio col socio e col marchese, e la lite dur un numero incredibile di anni, a pi riprese Luigi dovette dare del denaro al padre, e Vincenzo - sempre generoso - vendette un suo podere a Mastiano in Lucchesia, avuto in eredit da un parente materno, per venirgli in aiuto, perch Tista aveva finito con l'impelagarsi in modo tale, che era difficile uscirne senza affidarsi ad avvocati di grido.
Talvolta Tista si ritrovava senza denaro, anche per le spese minute, e allora ricorreva alla moglie; lei gli dava regolarmente la met di quello che domandava, e scriveva subito l'imprestito in un suo registro, non mancando di dire, irritata:
- Mani come colabrodo! Aveva ragione la buon'anima di mia madre! Ma come? Avete gi finito ci che vi ho dato al principio del mese! Come li avete spesi?
- E chi lo sa?
- Se prendeste nota, se ogni sera faceste i conti!
- E quando li ho fatti? Ci perdo tempo, e i quattrini non ci sono pi lo stesso.
Allora la moglie ripeteva con una cantilena prolissa, in modo ammonitore:
- Contare spesso, misurar le voglie, spender meno di quel che si raccoglie...
- E soprattutto non prender mai moglie - concludeva Tista. - Ragazzi, ve lo dico io, datemi ascolto - diceva rivolto ad Armando, Odoardo e Vincenzo, strizzando l'occhio in modo furbesco.
- Non avreste mai dovuto prenderla moglie, voi; in questo avete ragione. Oh! se avete ragione! - rispondeva Bettina ironica.
Certe volte Tista l'afferrava per le braccia e la faceva frullare.
- Lasciatemi, vecchio matto! - diceva lei stizzita.
- Ma che? O non siamo buoni amici, io e voi Bettina?
E le schioccava due bacioni sulle gote.
Ella si passava sul volto il fazzoletto, contrariata, e quasi le veniva da piangere.
- Come, come? Vi schifate d'un mio bacio? Non siamo pi amici io e voi, Bettina?
- S, s, carissimo Tista - rispondeva lei ironica, affannando un po' per quelle giravolte che le aveva fatto fare lui - amici s, ma come l'erba e il sole: lontani!
- Ah! che mattacchiona! - replicava lui dandole un buffetto.
Un giorno egli era al solito caffeuccio vicino alla stazione, quando gli si present il pittore Ciseri. Gli disse che doveva fare il Martirio di Santa Felicita e dei suoi figli e pregava il signore con quella testa cos interessante, di posargli per una figura: senza offenderlo - si capisce - l'avrebbe, in qualche maniera, compensato per il suo disturbo. Tista si mise a ridere; la cosa l'avrebbe divertito, ma temeva che Luigi e la sbisoriona, ne avrebbero fatto una storia pi lunga della camicia di Meo, e si scherm alle insistenze del Ciseri, il quale per, nel suo quadro - che  nella chiesa di Santa Felicita - riprodusse, di maniera, la figura di Tista. Poi lui raccont in famiglia l'episodio pavoneggiandosi dinanzi a Bettina.
- Ma che marito che avete, eh? Che bell'uomo, non fo per dire! Anche i pittori mi cercano!
Per, tutti dovettero riconoscere che Tista era pi bello di come il Ciseri lo aveva dipinto.
...
Luigi disse una volta alla madre mostrandole un libro:
- Mamma, bisogna che Lei sorvegli di pi le letture di Vincenzo: se no, finir col guastarsi la testa e forse l'anima.
- Tu che dici? - interrog la madre col massimo orgasmo.
- So quello che mi dico. Guardi questo libro; Vincenzo l'ha dimenticato sul tavolino dell'ingresso. Vede? La philosophie du droit di Hegel. Bisogner avvertire i padri Scolopi che sorveglino questi ragazzi.
- Sar il vecchio matto che glie l'ha dato.
- Non credo, mamma. Il babbo non s' mai occupato di filosofia eppoi qui c' scritto Giosu Carducci.  quel giovane maremmano il quale, dice Vincenzo, ha una vena poetica straordinaria e quando fanno il componimento in versi agli Scolopi pare che sia il pi bravo. Sar anche. Ma la filosofia di quel tedesco non pu che turbare le giovani menti. Se Lei crede, mamma, ne parler al Rettore. Senza fare scandali, s'intende.
- Dio aiutateci! Che mondo! Che mondo! - esclamava Bettina - Tu dici che tuo padre non c'entra, in questo...
- Ma no, mamma, non esageri! Lei di tutto incolpa il babbo!
- Ammettiamo, poich lo dici tu, che di questo non sia colpevole. Ma c' ben altro! Ieri facevo dire il Credo alle bimbe. La Bianchina pi grande e pi furba lo diceva bene, ma la Pia disse: "Io credo nel primo Napoleone onnipotente, creatore dell'impero francese e del Regno d'Italia".
Io l per l non mi sapevo raccapezzare, non capii e sgridai la bimba, pensando che dicesse delle parole a vanvera per disattenzione, ma lei si mise a piangere e a strillare:
- Me l'ha insegnato il nonno, questo credo, che  pi bello di quell'altro che mi ha insegnato Lei!
Capisci? Scherzare sulla religione! Turbare una innocente, confonderle le idee! Scervellato! Ma mi ha sentita, ieri! L'ho minacciato di proibire alle bambine di salire su da lui, se scopro che continua con questi insegnamenti. Poi, frugando in una cassetta della Bianchina ho trovato questo.
Porse un foglietto che Luigi lesse, allibito:
"Padre nostro che sei al campo qual primo soldato dell'Italiana indipendenza, sia lodato il nome tuo, o Vittorio. Venga presto il pacifico regno tuo; sia fatta la tua volont sotto il nostro cielo, cio sull'Italica terra. Rivendicaci oggi a libert. Fai rispettare la nazionalit nostra, siccome noi rispettiamo l'altrui, guidaci a goder la pace. Ma liberaci dal lurco austriaco. Cos sia".
Luigi oltre a essere religiosissimo, non aveva affatto fiducia nella regia politica piemontese. Restitu il foglio alla madre:
- Lo distrugga, mamma. E sorvegli. Mi raccomando a Lei.
E si mise a passeggiare, concitato e combattuto fra il rispetto che doveva al padre, e le parole risentite che avrebbe voluto dirgli.
Il dissidio religioso e politico fra Tista e il figlio era identico a quello con la moglie.
Un giorno al caff Tista, forse per il panciotto rosso, per gli occhi celesti, per i capelli lunghi, e per una certa rassomiglianza che effettivamente c'era, fu scambiato per Garibaldi da un gruppo di studenti fanatici, i quali, d'improvviso, lo afferrarono, lo issarono sulle spalle e si misero a marciare al grido di "Evviva Garibaldi!", mentre Tista, per quanto divertito, si sgolava a dire:
- Non sono Garibaldi; per gridiamo: "Evviva Garibaldi!".
Ma ad un tratto gli venne in mente Luigi. Ebbe terrore d'incontrarlo, lui che era cos aristocratico come la madre! Chi sa che finimondo sarebbe successo a casa!
Allora si mise a urlare:
- Scendetemi! Scendetemi!
Si divincol, riusc a liberarsi, si mise a correre fino a casa scalmanato, con gli occhi lustri, felice!
Raccont la cosa ai ragazzi. Ma per carit, che non lo dicessero a Luigi e alla Bettina!
- Io dicevo: "No, no, non sono Garibaldi!". E loro: "S s, evviva Garibaldi! Evviva!". Ma non lo dite a Bettina: lo sapete quant' nifita.(NOTA: nifita significa "noiosa" in dialetto lucchese.).
Gli brillavano gli occhi, come se avesse avuto vent'anni.
...
La Luisa non potette mai rinunziare ad essere una donna elegante, perch il vestire bene era qualcosa di talmente instintivo in lei che faceva parte della sua persona, come il gestire o il modo di parlare.
Siccome di temperamento sarebbe stata vivace, da giovane amava le belle tinte chiare e allegre, per quando ebbe sposato il dottore Luigi, si dovette vestire pi severamente, perche lui desiderava cos, e forse, sotto sotto, c'era anche la suocera che influiva sul figlio in questo senso.
La Luisa si vestiva dalle Genovi, che erano le prime sarte di Firenze per tutte le signore che tenessero all'ultima moda.
Bettina disapprovava - e lo faceva intendere con punte pi o meno palesi - questo eccesso di vanit. Ma non s'era mai potuta imporre perch la nuora si vestisse da una sarta pi modesta. Dopo tutto i denari erano della Luisa, e nella vita monotona che era costretta a condurre, i bei vestiti erano la sola sua soddisfazione.
Una sera, le bambine erano gi andate a letto, Odoardo e Vincenzo facevano la partita a scacchi osservati da Tista e da Armando che davano all'uno o all'altro dei suggerimenti, il che finiva col far bisticciare i giuocatori. Luigi, in piedi vicino alla madre che sferruzzava, guardava di tanto in tanto l'orologio; si vedeva che era impaziente. Doveva accompagnare la moglie in casa del maestro Teodulo Mabellini, il pistoiese musico famoso, che avrebbe fatto sentire a un gruppo di amici la primizia di certe composizioni. Andare in societ, per il dottore, era sempre cosa seccantissima che lo metteva di cattivo umore, mentre la Luisa esultava, senza tuttavia dimostrarlo troppo.
Ella comparve finalmente, ed era raggiante, nell'abito di seta viola scuro a mazzetti di rose con gonna amplissima, formata da due gale sovrapposte. Sul corpetto attillato il fisci di trine bianche, circondando le spalle, formava la scollatura a punta, e, attaccata al palloncino della mezza manica, c'era una folta gala pure di trina che cadeva sul braccio rotondo e perfetto. Sui capelli, divisi in mezzo alla fronte, la Luisa aveva messo un cappello autentico di Parigi, scelto fra diversi che le Genovi le avevano mostrati. Ma quello, di velo cos vaporoso, con quelle rose che sembravano vere, pareva creato apposta per il suo tipo, e ne era proprio soddisfatta. Gi la Carmela, che, dopo l'andata via dell'Annina, l'aiutava a vestirsi, aveva esclamato:
- Pare proprio una chicca, una sposina addirittura!
Anche Odoardo e Vincenzo interruppero il giuoco per ammirare la madre e la cognata, e il suocero, sempre galante, esclam:
- Ma come siamo chic! Sembra venuta fuori dal Journal des Dames.
La Bettina la sbirci di sopra gli occhiali senza dir nulla, ma Luigi, seccato di quel lusso che non approvava, disse ironico:
- Bellissimo cappello su una vecchia testiera ormai!
Alla moglie vennero le fiamme al viso, poi si sbianc e le sgorgarono le lacrime. Per un attimo fiss il marito, stupita, e con un gesto di rabbia si tolse il cappello scaraventandolo lontano. Dopo si serr nella sua camera e non volle uscire pi.
Luigi, gi pentito, cerc di rimediare quella sua frase fuori proposito, e disse:
- Benedetta donna!  rimasta pi bambina delle sue bambine e non capisce nemmeno lo scherzo!
- Lo sai, com' suscettibile - intervenne la madre. E aggiunse, scrollando la testa - Sciocchezze!
- Hai avuto torto, Luigi - disse il padre. - E se  uno scherzo  di pessimo gusto, e mi meraviglia in una persona fine come te. Dopo tutto con le donne bisogna essere cavalieri. Ai miei tempi...
La moglie lo interruppe:
- Ai vostri tempi!... Ah!  meglio che stia zitta, che me ne fareste dire delle grosse a proposito dei vostri tempi!
E rivolta ai giovani:
- Vincenzo, Armando, Odoardo, march, a letto! E non fate il solito baccano se no salgo io.
Il giorno dopo, quando la Luisa vide in mano alla Carmela il bel cappello che stava riponendo nello scatolone, disse:
- Prendilo tu.
- Come? - chiese la cameriera, non sicura di aver ben capito.
- Ho detto, prendilo tu. Fanne quello che vuoi; te lo regalo.
Alla Carmela brillarono gli occhi di gioia, per quanto pensasse che lei non era una signora e non se lo poteva mettere. In camera sua se lo prov rigirando la testa da tutte le parti, dinanzi a quello specchietto verdognolo, mentre pensava:
"Dopo tutto, non sono peggio di certe signore smorfiose, e mi starebbe proprio bene. Per se me lo vedesse la sbisoriona, apriti cielo! Direbbe che faccio peccato mortale anche a provarmelo. Carmela, un'altra volta, ricordati di nascere signora".
Poi, con un sospiro, ripose accuratamente il cappello nel tesoro delle sue cianfrusaglie.
...
L'opuscolo Napoleon III et l'Italie del De La Guerronire era stato sparso a migliaia di copie in tutta Italia. Anche Tista ne aveva avuta una, e se l'era portata religiosamente nascosta dentro il panciotto per leggerla con tranquillit nella "marmaia". Quel giorno, tornando di fuori, il nonno disse alle bambine, che al solito lo seguivano, sicure di avere da lui qualche ghiottoneria:
- Oggi, care mie, restate a bocca asciutta. Proprio non m' passato per la mente di comprarvi i confetti, ma domani vi ricompenser. Vengo... - and fino all'uscio per assicurarsi che nessuno salisse, poi ripet piano alle nipoti: - Vengo dalla stazione. C'era una massa di tutte le razze: nobili, borghesi e popolo, e c'erano anche delle signore, sicuro! Ho intravisto Vincenzo, e Armando ha marinato gli Scolopi, e ha fatto benone! - Egli aveva inteso, ma non lo disse alle bimbe, Odoardo che, abbracciando un amico partente, aveva detto: "Fra poco mi vedrai arrivare anche me".
- Siamo andati a salutare - continu Tista - quelli che partivano per arruolarsi nella cavalleria piemontese e s' gridato: "Viva l'Italia! Viva Vittorio Emanuele!". I gendarmi sono stati fermi come il Biancone. Allegre bambine, comincia la rivoluzione! Ma zitte veh!
Alla Bianchina veniva da ridere per la gioia che brillava negli occhi del nonno, e diceva piano alla Pia che l'ascoltava stupita, senza troppo comprendere:
- Comincia la rivoluzione. Il nonno dice che bisogna essere allegri, ma non lo devi dire n alla nonna, n al pap.
La sera a desinare il dottore era pi taciturno e distratto del solito, mentre suo padre e i giovani sembrava avessero l'argento vivo, parlavano forte, e tutti insieme, tanto che la Bettina aveva dovuto pi volte imporre silenzio.
Tista disse:
- Mi hanno detto che a Livorno i volontari fanno gli esercizi, e il governo lascia fare perch ormai...
Si fregava le mani, strizzando l'occhio ai ragazzi.
- L'ho saputo anch'io - rispose Luigi con voce cupa - ma non vogliamo pi guerre, siamo stanchi, il popolo  stanco. Non si pu sempre respirare aria di polvere! Requie! Requie! Pace!
Pronunzi queste parole con voce tremula, come se avesse il pianto alla gola. Solo la moglie si accorse che soffriva, e gli mise una mano sul braccio, con tenerezza.
Tista riprese:
- E gi! Per voialtri codini, piegare il groppone e ringraziare  una delizia! Tenete pronte le mascelle, che vi si metta pure il barbazzale!
Luigi ebbe uno scatto contenuto:
- Leopoldo ha l'anima toscana,  buono!
- Come carceriere, non c' malaccio!
- Ma se ha promesso che andr col Piemonte contro l'Austria!
- Scemo chi ci crede! Come se non si sapesse che informa segretamente Vienna!
- E gi voialtri, teste calde, vorreste anche a Firenze le tragedie di Mantova!
- Libera nos Domine - disse Bettina, segnandosi in fretta.
- Tragedie, o non tragedie, le rivoluzioni non si sono mai fatte con l'acqua, e io ti dico - afferm Tista - che Canapone questa volta capitombola.
- Libera nos Domine - ripet Bettina, segnandosi di nuovo.
- Che Iddio lo benedica, padre Nicola, nonch Felice Tomeoni - esclam Tista vedendo arrivare un piatto di patate fumanti.
I giovani che erano stati zitti ascoltando il dialogo fra Tista e Luigi scoppiarono a ridere gridando:
- Padre Patata! Padre Patata!
La Bettina, contenta che il discorso prendesse un'altra piega, disse rigida:
- Insolenti! Dovreste riflettere prima di parlare, e non seguire l'esempio di chi scherza su tutto nella vita!
- Mi sembra che dovreste essere contenta, Bettina cara, che non me la piglio in tragico con questa cura intensiva di patate.
La moglie scosse la testa, e ripet per l'ennesima volta quello che, ormai, anche le piccole sapevano a memoria.
- Padre Nicola Felice Tomeoni nel 1817 fu proprio lui che diffuse in Lucchesia la cultura delle patate. Oltre ad essere un sant'uomo era colto, attivo, erudito. E in quei tempi di carestia nera, bisogna dire che il sant'uomo fosse proprio ispirato da Dio.
- Non dico di no - la interruppe il marito - ma ora la carestia  passata; e le patate le devo ingoiare ogni giorno. Marco, portami le ampolle, perch Serafino l'olio glie l'ha fatto vedere da lontano.
Bettina alz le spalle con disprezzo.
...
Odoardo part per il Piemonte.
- Torner, mamma, non dubiti - diceva il figlio a Luisa, mentre a lei batteva forte il cuore ascoltandolo. - Torner e Le prometto che qui - si dava un pugno sul petto - ci sar la medaglia. Quando tutti mi dite che sono un fannullone, non avete torto. Non riesco a studiare, con questo pensiero fisso della guerra.
Bettina, ponendogli le mani sul capo biondo, disse:
- Ogni giorno pregher Dio perch vegli su te.
E disse anche a se stessa: "Lo pregher pure perch ti metta il cervello a posto, perch ne hai proprio bisogno!".
Rifornendolo d'indumenti personali la madre, la Bettina, le sorelle, vi cucivano nascoste medagliette e santini che avrebbero dovuto proteggerlo.
Vincenzo invidiava Odoardo, ed anche si sentiva umiliato che il pi giovane di lui andasse alla guerra, mentre egli restava unicamente per la madre la quale non comprendeva affatto il sacrificio enorme del figlio e le sembrava pi che naturale che le restasse vicino e cominciasse ad occuparsi praticamente d'ingegneria.
A stento pot in seguito ottenere da lei il permesso di far parte della Guardia Nazionale.
Vincenzo volle dare a Odoardo tutti i suoi risparmi e si propose di mandargli ogni mese due terzi di quello che Bettina gli passava per i suoi minuti piaceri. Odoardo andava soldato semplice, incontro a tanti disagi, lui che era abituato alla vita comoda; forse andava incontro alla morte; e a lasciarlo partire solo, pareva a Vincenzo di essere giudicato egoista e codardo.
Armando diceva:
- S, s, la guerra sar una bella cosa ma io la pancia me la voglio serbare ai fichi.
Bettina lo approvava. Luisa faceva un respiro di sollievo. Almeno uno dei figli sarebbe restato con lei!
Tista affibbi - l'unica volta - uno scapaccione ad Armando. Non poteva sentire che un giovane parlasse cos. Ah! se non avesse avuto settantacinque anni!
Tista abbracci stretto al cuore Odoardo e non gli potette dir niente. Aveva gli occhi umidi e la gola serrata. Ma era fiero, come se fosse stato un figlio suo.
Luigi - codino a fondo - non aveva approvato "la pazzia" del figliastro, e pensava anche che le fatiche del soldato gli avrebbero, molto probabilmente, danneggiato la salute. Ma che c'era da fare? Tanti giovani come lui avevano la testa esaltata dalla propaganda, e per ammazzare e farsi ammazzare lasciavano la famiglia, lo studio, il lavoro, la pace. Brutti tempi, maturavano!
Quella che a volte si sentiva svuotare dalla pena era la Luisa, e se il marito e la suocera cercavano di farle animo col dirle che non bisognava essere pessimisti e che tutti quelli che vanno alla guerra non  detto che non debbano tornare, lei pensava: "Sicuro, per loro  facile essere tranquilli! Non  del loro sangue, povero figlio mio!".
Certe volte le sembrava di non poter guardare il sole, di non sopportare la vita con le miserevoli, inutili contrariet di ogni giorno, Le pareva pure di divenire intrattabile con s stessa, e la fantasia le creava tormenti crudeli rappresentandole il figlio ferito, morente, morto, con la testa spaccata sopra una zolla di terra bruna.
A volte diceva:
"Se divenissi cattiva, forse soffrirei meno" ma poi rifletteva che, buoni o cattivi, tutti si soffre, e allora  anche inutile essere cattivi.
"Bisognerebbe che non ci fosse il cuore", pensava la Luisa, concludendo certi suoi ragionamenti. "Allora, certo, sarebbe pi facile vivere".
 XI.
Una sera, non vedendo tornare il marito, la nonna aveva domandato pi volte alle nipoti:
- O bimbe, che fa stasera il vecchio matto?
Poi, siccome non era rientrato all'ora del desinare, disse:
- Andiamo a tavola: imparer cos che non faccio il comodo di lui!
Dopo la preghiera si mise a mangiare in silenzio, accigliata, e nessuno osava parlare. Solo la Luisa chiese piano al marito:
- Non gli sar mica successo qualcosa a pap?
- Non credo - rispose Luigi, distratto. - Avr trovato con chi chiacchierare di politica.  un fanatico, lui!
Anche quando si alzarono da tavola, nemmeno i ragazzi osarono interrompere il cupo silenzio di Bettina.
Vincenzo e Armando si misero a fare una partita a dama, la Pia era andata in braccio alla mamma che la coccolava, e la Bianca, un po' appartata, cercava il modo, con un lungo spillo di levare gli occhi a una bambola di cera, per vedere che cosa avesse dentro la testa.
Quando, pi tardi, si ud in anticamera la voce di Tista, i giovanotti e le bambine scapparono come razzi, e gli andarono dietro su per le scale della "marmaia":
- Dov' stato, nonno?
- Si stava in pensiero...
- S' gi desinato, e la nonna brontola! - dissero tutti insieme i giovani e le bimbe.
- La nonna brontola? - rispose lui. - E lasciatela brontolare. Che cosa dovrebbe fare quella beata sbisoriona se non altro che brontolare e pregare?
- Ma dove  stato, nonno?
- Sono stato... no, no, non ve lo dico; perch se lo sanno la Bettina e Luigi, apriti cielo!
Per non resisteva alla voglia di dire dove era stato, e continu pianissimo:
- Non mi tradite veh! Vengo da un'adunanza in casa di Beppe Dolfi, il fornaio di Borgo San Lorenzo. Ma non mi tradite - si raccomand ancora. - A quelli di gi dir che sono stato a San Miniato, che ho trovato un frate cappuccino, ci siamo messi a ragionare, e cos ho fatto tardi.
Marco s'affacci per dire al padrone che donna Bettina l'aspettava; che il desinare era stato riscaldato, ma che se il padrone tardava ancora si sarebbe raffreddato di nuovo.
Nella stanza da pranzo Luisa leggeva i Promessi Sposi. La Bettina era in piedi, dritta accanto alla tavola e Luigi, seduto vicino alla madre, correggeva le bozze di un suo studio per Lo sperimentale: "Sulle indicazioni e contro indicazioni alle applicazioni fredde nel trattamento delle febbri tifoidee e della miliare".
Quando Tista entr, seguito da Vincenzo, Armando e dalle due nipoti, Bettina batteva il piede con impazienza.
-  questa l'ora di rientrare? Temevamo vi fosse successo qualcosa. Io esigo, e-si-go - ripet scandendo le sillabe - che all'Ave Maria tutti si sia qui: giovani e vecchi, indistintamente. Pensateci per l'avvenire. E ora svelto, mangiate. Non si pu riscaldare la minestra per la terza volta.
- Che riccioli che ha questo riso - disse Tista mettendo in bocca una cucchiaiata di riso stracotto.
La moglie alz le spalle in segno di dispetto: ma era curiosa di sapere dove fosse stato, e disse ironica:
- Quando vi degnerete di dirci perch siete tornato a quest'ora ve ne saremo obbligati.
- Ih! quante storie! Sono andato da Castelmur a pigliare un poncino. Ho trovato un amico, ci siamo messi a ragionare del pi e del meno, e ho fatto tardi. Questa stagione inganna, proprio inganna davvero. I giorni sono cresciuti ad un tratto e c' luce fino a tardi.
La Luisa chinava la testa sul libro per non farsi veder ridere, mentre i ragazzi avevano l'aria furba di chi la sa lunga.
A un tratto Armando chiese:
- Come l'ha preso, amabile il poncino, nonno?
A quell'uscita la Luisa, Vincenzo e le bimbe non si frenarono pi, anche perch Tista aveva fatto ad Armando una smorfia, dicendo:
- S, caro boccalone, era proprio amabile il poncino!
Bettina s'era avvista che il vecchio matto si burlava di lei, e che gli altri stavano allo scherzo, allora, furente, per non scattare, usc dalla stanza mentre Luigi scuoteva la testa pensando a quel padre cos bislacco con alquanta preoccupazione.
...
Il giorno di Pasqua Tista che per quanto vecchio aveva la giovent nelle vene torn a casa raggiante perch nessuno s'era tolto il cappello, e nemmeno Bettino Ricasoli l, al Canto alla paglia, quando Canapone era passato nella berlina di gala con la famiglia, per andare alla messa in Duomo.
S'era pure a conoscenza che Ricasoli aveva fatto sapere al ministro Landucci come si fosse alla vigilia della rivoluzione e che, se il Granduca voleva salvare il trono, bisognava che si spicciasse a ristabilire lo statuto e ad allearsi i subito coi Piemontesi: naturalmente si era molto curiosi dell'esito di questa ambasciata.
Tista s'affacci alla stanza da pranzo apparecchiata come nelle occasioni solenni, ed attese, tamburellando sui vetri della finestra, che Marco avesse finito di aggiustare nel mezzo della tavola quel bel mazzo di violacciocche rosate, circondate di rami d'ulivo. Dopo, rimasto solo, il vecchio s'avvicin alla grande credenza dove troneggiava il vassoio candido con le uova sode benedette, disposte a piramide, e tolti dalle tasche rigonfie certi bei garofani scarlatti, li infilz con gran cura, simmetricamente fra le uova, alternandoli con delle foglie di alloro d'un verde lucidissimo e brillante. Poi, soddisfatto, della riuscita decorazione, lasci la stanza, pregustando con delizia il momento in cui la moglie e Luigi avrebbero avuto il tricolore proprio sotto il naso.
Quando, pi tardi, tutti furono seduti a tavola, e Marco present alla Bettina il vassoio delle uova benedette, ella divenne rossa di sdegno, ma non disse una parola. Con le mani tremanti tolse fiori e fogliame con gesti rapidi e secchi, gettandoli in un piatto che porse a Marco:
- Gettate via questa roba!
Poi distribu le uova, e disse: - La pace sia con noi.
Non voleva bisticciare. Era la santa Pasqua.
...
Marco aveva attaccato Corallino alla carrozza e, verso le nove, aveva portato la Bianca e la Pia in via delle Caldaie all'Istituto Benelli che era una buonissima scuola per i figli della classe agiata. Poi, come ogni giorno, il cocchiere era ritornato a casa a prendere il dottor Luigi e condurlo in giro per le sue visite. Le bambine restavano all'Istituto fino alle quattro, ma quel giorno Marco, alle undici, era andato a riprenderle, e c'era anche la Carmela, che, scesa in fretta dal legno, si trov con altre persone che erano pure venute a riprendere i propri figliuoli.
Passando per via Guicciardini che formicolava di gente, si vide che tutti avevano la coccarda tricolore all'occhiello.
Arrivate a casa, sul portone s'incontrarono con Tista che rientrava. Armando e Vincenzo, rabbiosi, avevano pi volte cercato di uscire, ma Bettina aveva fatto, implacabile, la sentinella e non era stato loro possibile.
Tornate a casa, le bimbe corsero alla finestra per vedere l'insolito movimento, ma la nonna le mand nella loro camera, mentre la Bianchina si mise a gridare: Evviva la guerra, morte al nemico!
- Povera la tua pelle Bianchina! Non si pu desiderare la morte di nessuno! Chetati! tu fai peccato mortale.
Era affannata:
- Ah! ecco i risultati degli insegnamenti del vecchio matto!
Ma la Bianchina scivol lontana, infil un lungo andito e qui, trovata aperta una finestra che dava sulla strada, cominci a gridare con quanto fiato aveva, elettrizzata:
- Evviva la guerra! Morte al nemico!
Bettina s'era rifugiata nella cappella, e ad alta voce recitava i salmi penitenziali:
Et anima mea turbata est valde.
Nolite fieri sicut equus et mulus
quibus non est intellectus.
intanto che Tista, attorniato da Armando, Vincenzo, la Luisa, le bimbe, la servit raccontava esaltato:
- Dalla Fortezza da Basso  venuto a cavallo quel mangiasego di Rodolfo Mosel con la bandiera bianca e ha detto: "Accordato il tricolore!  concessa l'alleanza col Piemonte e la Francia".  stato un delirio. "Guerra all'Austria! Viva l'Italia!". Ci siamo messi in colonna tutti dietro a Beppe Dolfi in giacchetta e col cappellone nero, al Benelli, al Fabbrini, e non so a chi altri. Ma vicino a Piazza San Marco ecco i gendarmi che pareva ci volessero sbarrare la strada. Chi diceva: alt, chi: avanti!  stato un momento terribile. Ma invece era la banda dei gendarmi, al completo, guidata dal Mattiozzi. Si sono messi in testa a noi e hanno attaccato l'inno di Mameli. Allora tutti ci siamo messi a cantare:
Fratelli d'Italia,
L'Italia s' desta....
Che momenti, figli miei! Che momenti!
Tista rideva e piangeva; gli altri erano commossi, mentre Luigi, appoggiato coi gomiti sulla tavola, la testa fra le mani, era muto, e pi pallido del solito.
Il padre lo guard, scuotendo la testa e pensando, irritato:
"Non si chiede che l'agnello diventi leone, ma davvero quello l non so a chi somigli. Cio lo so, a sua madre, codini e baciapile!".
Dalla strada, intanto, si udivano colpi fortissimi al portone che era stato chiuso e grida "Fuori il tricolore! La bandiera tricolore!".
S! Era come dirla! In casa non ce n'era nemmeno l'odore!
La Luisa aiutata dalla Carmela, scuc in fretta un telo da un abito bianco da societ, prese un pezzo di damasco rosso dalla portiera del salotto, e uno da quello verde e si misero a imbastirli insieme.
- Svelte! Svelte! - le incitava Tista.
La Nena, in orgasmo, impaurita, pregava;
Anna, sant'Anna
Foste nonna e foste mamma,
Quarant'anni steste,
N figlia n figlio non faceste.
- Sta attenta a cucire diritto - le disse Vincenzo.
Ma la Carmela non l'ud, tutta infatuata a pregare:
Andaste nel giardino e sospiraste
Che sospiri Anna?
- Lascia in pace sant'Anna e spicciati - le grid Tista, mentre gi seguitavano a battere con randelli al portone, gridando: "Il tricolore! Il tricolore!".
Finito il lavoro Luisa baci la bandiera pensando al suo Odoardo. Poi guard timorosa il marito, ma egli era sempre seduto, con la testa fra le mani, pallido, disfatto.
Tista s'affacci seguito dai giovani e dalle bambine, sventolando la bandiera. Gli applausi gi nella strada scrosciarono deliranti.
La Luisa non os affacciarsi, ma lo avrebbe fatto volentieri.
S'avvicin al marito. Cap che soffriva molto, e gli pass, materna, una mano sui capelli.
Pi tardi il dottor Luigi dovette uscire. I suoi malati che, quando erano poveri, non solo curava gratis, ma a cui lasciava anche i denari per le medicine e per il brodo, lo reclamavano.
La Luisa accompagnandolo fino alla porta, gli disse timorosa:
- Luigi, prendi il revolver, non si sa mai...
Egli l'accarezz sui capelli:
- No, cara. Inermi - disse; - bisogna essere sempre inermi, anche di fronte al nemico!
La sera, il dottor Luigi scriveva nel suo diario: "Ventisette aprile 1859. Giorno questo memorabile fu per Firenze, nonch per tutta la Toscana. La rivoluzione che da Torino si era infiltrata per ogni parte d'Italia, ha rovesciato in questo giorno il trono dei Granduchi di Toscana. Regnava Leopoldo II di Lorena, o Canapone, o anche Giuggiolone, come lo chiama il popolo con poco rispetto, ed anche il mio padre dilettissimo, purtroppo! Principe buono, magnanimo, che governava i suoi sudditi come figli, e questo perch era principe religioso e di cuore. In questo giorno, con la sua famiglia, ha dovuto evadere dalla sua Reggia e dalla sua diletta Toscana. La rivoluzione massonica aveva vinto. E come? Io non vorr qui notarlo; la storia disinteressata, imparziale, e giusta lo dir a suo tempo. I buoni piangono, i malvagi esultano, la plebaglia ubbriacata dal vino e dall'ora, automaticamente ha aiutato la rivoluzione. E viene istituito il governo provvisorio, capo del quale  Bettino Ricasoli".
...
Dopo diverso tempo che Odoardo non scriveva arriv un foglio piegato e incollato con le ostie rosse, indirizzato a Vincenzo e ad Armando. In cima, in litografia c'era un dragone su un cavallo grigio con la bandierina blu su un praticello verde tenero.
Odoardo cos scriveva:
"Caro Armando, caro Vincenzo.
"Questa sopra disegnata figura sarebbe l'emblema del mio presente corpo d'armata, ma pel gran lavoro, fatiche insopportabili, e tardanza d'andare alla guerra ho deciso di andare nel corpo di Garibaldi, in compagnia di circa novanta dei miei amici.
"Perdonatemi e fatemi perdonare dalla mamma, se da un pezzo non mi sono fatto vivo; non fu certo per negligenza, oh no, ma per le grandi, infinite occupazioni. Ora vi racconto la mia vita.
"Sveglia alle quattro e mezzo, alle cinque manovra di lanciafuoco fino alle sette e mezzo. Dalle otto alle nove pulizia del cavallo. Dalle nove alle dieci colazione. Dalle dieci alle dodici manovra di sciabola e pistolone. Poi, fino alle due e mezzo silenzio per chi vuol dormire. Dalle tre alle quattro, pulizia del cavallo, dalle quattro alle cinque desinare (oh Serafino, quante volte ripenso ai tuoi appetitosi intingoli!); dalle cinque alle sei e mezzo cavallerizza. E che volete di pi? Dopo, se ne hai voglia, a spasso. Ma chi ne ha voglia? Io ben di rado.
"Dovete notare anche che ogni cinque o sei giorni bisogna stare a turno, per ventiquattro ore, in scuderia a portare la paglia pulita e riportare via quella sporca. Spesso c' da spazzare il cortile che pare una piazza d'armi, senza contare gli anditi, le camerate e... proprio s, anche le latrine. Ci credereste, caro Armando e Vincenzo? Proprio cos. A volte mi si rovescia lo stomaco, e allora fumo. Questa non  la guerra che avevamo sognata, per cui s' lasciata la mamma, la casa e tutti i nostri comodi. Per questo una novantina di volontari s' pensato di andare chi in artiglieria e chi con Garibaldi, e per me preferisco la camicia rossa.
"Ma prima di entrare con Garibaldi avr una breve licenza e presto, dunque, verr ad abbracciarvi e dirvi a voce tante cose; ora ho scritto per farvi sapere che vivo, e starei bene se non fossi tanto stanco.
"Addio caro Armando, caro Vincenzo. Pensate a me, ch sempre io penso a voi tutti e vi saluto tutti: la mia adorata madre e sorelline, i nonni e il pap: la nostra servit tutta, i parenti e gli amici, ma in modo particolare la mia adorata madre.
"State sicuri, l'Italia sar una.
ODOARDO.
Saluzzo 14-6.'59, verso le ore 10".
Odoardo non venne come aveva promesso. La madre era afflitta e indispettita pensando che la licenza fosse andata a passarla chi sa dove e chi sa con chi perch era un tipo bizzarro.
Dopo tre mesi, arriv la notizia della sua morte, avvenuta a Saluzzo proprio mentre, aiutato da un compagno, chiudeva la cassetta della sua roba. I disagi della vita militare lo avevano fiaccato: gli venne un trabocco di sangue, e spir quasi subito, quando era felice di ritornare dalla sua mamma, prima di andare con Garibaldi a fare la guerra davvero.
...
Luigi segnava nel suo diario:
A d 4 agosto 1859
"In questo giorno ricevo il brevetto di nomina in prima, come medico al Battaglione di S. Giovanni della Guardia Nazionale. Mi fu dato dal Gonfaloniere Marchese Bartolomei".
A d 7 marzo 1860
"Con lettera di questo giorno, del Gonfaloniere Marchese Ferdinando Bartolommei, mi chiamano a deputato al Seggio di S. Felice in Piazza, nel saloncino del Teatro Goldoni, in occasione che il popolo toscano, convocato nei comizi, dichiarava la sua volont o per unirsi alla Monarchia costituzionale del Re Vittorio Emanuele II, o veramente per rimanere la Toscana regno separato.
"E fu nei giorni 11 e 12 marzo che le votazioni a suffragio universale ebbero luogo. Nei giorni 13 e 14 vennero fatti gli scrutinii parziali; nel 15, ore 11,50, riunita la Corte suprema di cassazione pronunzi lo scrutinio generale, per il quale era risultata l'unione della Toscana alla Monarchia costituzionale del Re Vittorio Emanuele II!!!
"Voti per l'unione: 366.571; voti per il Regno separato: 14.925; voti dichiarati nulli, 4.949.
"L'ultimo effetto o risultanza dei comizi fu questo, ma gli effetti intermedi, o si direbbe il processo di cause ed effetti che poi portarono a quest'ultimo, quale legalit ebbe? Io non so.
"Ricordo la citata del Gonfaloniere con la quale mi chiamava a deputato del seggio di S. Felice.
"Dico il vero, che io ne rimasi oltremodo meravigliato, perch io non avrei mai creduto che si riponesse in me tanta fiducia, io che non aveva mai fatto nulla per meritarmela dai governanti toscani. Io accettai perch i tempi difficili lo vollero, e lo giudicai prudente".
A d 24 marzo 1860
"Il barone Bettino Ricasoli, capo dei Ministri e Ministro dell'interno del Governo provvisorio della Toscana, presentava a Torino, al Re Vittorio Emanuele II il risultato del plebiscito toscano, ed il Re stesso accett la Toscana (vedi quale sforzo e magnanimo sacrificio!!) e fece il decreto per l'unione di questa provincia alle altre del Regno.
"La sera dello stesso giorno il telegrafo annunziava l'accettazione del Re ai fiorentini, ed erano le 73/4.
"La citt di Firenze, in un subito, fu messa a festa, nel mentre che il forte di San Giovanni, detto anche fortezza da Basso, spar cento e un colpi di cannone.
"Le bande militari tennero in continua festa tutta la notte la citt".
Tista era molto occupato per quella questione della sorgente di Lajano, e scriveva memoriali su memoriali. La causa minacciava di diventare eterna. D'altra parte, diceva Bettina, se sta l a tavolino, non fa altre pazzie; ma bastava che in citt ci fosse qualche avvenimento straordinario che lui non mancava certo.
Cos eccolo a sbracciarsi per applaudire Vittorio Emanuele, mentre il dottor Luigi annotava nel suo diario:
A d 16 aprile 1860
"In questo giorno Vittorio Emanuele II, ad ore una e mezza pomeridiana fece il suo primo ingresso in Firenze. Tutta la citt era adorna di archi di trionfo, di colonne, di stemmi e di bandiere.
"Entr in Duomo ove, dalla stazione, si era condotto a cavallo con il suo seguito a Corte militare. Alla porta maggiore del tempio veniva ricevuto da Monsignore Arcivescovo e clero, e quindi cantato il Te Deum.
"Il Duomo era illuminato riccamente. Io pure ero ad attendere l'arrivo del Re, visto che ho dovuto accettare il brevetto come ufficiale (ufficiale sanitario!!!).
"E la folla ignara, e anche mio padre, parevano in delirio per questo Re. Il Re Tanacca!".
Il 6 giugno del '61 Tista chiam la Bianchina su nella "marmaia" e le disse: - Trovami un pezzo di roba nera qualunque.
- Che roba?
- Un pezzo di stoffa, un cencio; cerca, fruga, ne ho bisogno!
- Ma dove lo piglio, io?
- Chi cerca trova. Fai presto, eppoi torna su con un ago infilato di nero. Ma non lo dire a nessuno.
- Ma che ne vuol fare, nonno?
- Te lo dir poi.
- Ma dove lo piglio nonno? - ripet la Bianchina.
- Ma che sei proprio buona a nulla? Se non lo trovi in nessun posto, tagliane una striscia da una sottana della sbisoriona. Le ha tanto larghe che non se ne avvedr nemmeno.
- Fossi matta - disse la Bianchina scoppiando a ridere, mentre scendeva la scala.
Poco dopo torn con un pezzo di panno nero, trovato in guardaroba.
Tista se lo fece cucire al braccio, in segno di lutto, per la morte di Cavour.
...
Donna Bettina! Donna Bettina, svegliati! ti dico. - Le campane di Santa Felicita chiamano per la prima volta.
Ma tu sei gi per le scale e precedi la Bianchina, la Pia e la Carmela ancora assonnate, mentre dici loro:
- Svelte! Svelte!
La Carmela apre, poi chiude l'usciolo del grande portone e il colpo che rimbomba nella strada ancora deserta, pare immenso. E come ogni mattina, ti rivolgi irata alla cameriera e le dici:
- Te lo devo ripetere sempre di chiudere piano? Lo sai pure che la gente dorme. Testa dura!
 XII.
Dopo la morte di Odoardo la Luisa s'immelancon tanto che cambi totalmente di carattere, divenne scura, e nemmeno apr pi il pianoforte. Usciva anche poco, e i pomeriggi li passava a fare ricami finissimi o a cucire. Essendo sempre remissiva andava assai d'accordo col carattere autoritario della suocera, che del resto le si mostr molto affettuosa: lei che ne aveva persi tre, dei figli, sapeva che strazio fosse!
Con quanta comprensione parlava al povero cuore dolente di quello che aveva perduto! Ma almeno i suoi erano morti fra le sue braccia, con tutti i sacramenti, invece la Luisa nemmeno sapeva ancora, con precisione, dove il suo povero figlio fosse stato messo a dormire per sempre!
- Abbi coraggio - le diceva - pensa all'eternit che ci aspetta, dove non ci sono n amarezze n distacchi. Se si riflettesse a questo sul serio, tutto il dolore di quaggi non ci dovrebbe far soffrire, sapendo che  per meritarsi la felicit eterna. - Bettina era profondamente convinta che al termine della vita terrena si sarebbe riunita in Paradiso con tutti i suoi morti.
La Bettina si occupava della calza; ne faceva continuamente per tutti e anche per il cuoco e il cameriere. Da che la vista le si era indebolita e non poteva pi fare i bei ricami, o rammendi invisibili coi capelli per cui era stata famosa, insegnava questi lavori alle nipoti che le stavano vicine su piccole sedie nei lunghi pomeriggi, mentre lei, sulla rigida poltrona, faceva la calza. Era una specie di mania. Non la lasciava mai.
Per Vincenzo usava un filo sottilissimo, bianco, che pareva seta, e gliene prepar tante dozzine, tutte accuratamente piegate e disposte in graziosi sacchetti di stoffa a fiori, che per quanto morto vecchio, egli non ebbe a comprarsene altre paia.
Come donna Bettina si occupava della calza, la Luisa teneva dietro alla biancheria che a quei tempi era la gioia di ogni donna e chi ne aveva molta, diceva che era come "oro rotto". Due sue contadine, tessevano per lei tutto l'anno: la Pellegra era addetta alla roba rozza, come canovacci, tralicci, lenzuola per la servit e a un rigatino celeste e ruggine col quale si confezionavano le giacche da faccende per i servitori e i grembialoni per le cameriere. L'altra contadina, l'Adelasia, tesseva il lino finissimo e i damascati. L'Adelasia, nel suo genere, era una vera artista. Per le grandi occasioni si usavano certe tovaglie dove la donna aveva riprodotto la traversata del mar Rosso e l'ingresso degli Ebrei nella terra promessa. Uomini gagliardi sostenevano covoni di grano e pigne d'uva e agli angoli ce n'erano due con una stanga appoggiata sulle spalle, alla quale era appeso un grappolo, quasi alto come loro. Grano e uva proprio da terra promessa.
Quando la Luisa venne a morte le figlie trovarono quattrocento paia di lenzuola, senza contare tutto il resto.
...
Cresciute, la Pia e la Bianca non erano belle nel vero senso della parola, ma di figura; alte, slanciate, dall'aspetto florido. Avevano gli stessi occhi bruni e languidi e un bel colorito. La Bianca era bionda e riccia; la Pia aveva i capelli castani e lisci. Vestivano sempre uguali, elegantissime. Cos voleva la madre, ma il padre e la nonna non erano contenti, specie se le ragazze mettevano l'abito di seta.
Donna Bettina era inesorabile, e soltanto il gioved era concesso alle fanciulle di dormire fino alle sette, perch alla prima messa non bisognava mancare. Al ritorno dalla chiesa, e dopo aver fatta colazione, la Bianca e la Pia, seguite dalla Carmela che portava un armamentario di spazzole, granate, stracci per la polvere, dovevano a turno rifare la loro camera, spolverare i vestiti, lustrarsi le scarpe e non c'era caso di potersi ribellare.
A quell'ora donna Luisa, nella propria stanza, accudiva alla minuziosa toilette di donna elegante. Luigi, quasi sempre, era gi uscito per le visite ai malati, e donna Bettina, padrona del campo, faceva invariabilmente questo o simili discorsi, rivolta alle nipoti:
- I vostri genitori, dal bene che vi vogliono, non desidererebbero che faceste le faccende, ma io ve le voglio insegnare. Si sa come si nasce, non si sa come si muore, e si sposino o no, le ragazze devono essere prima di tutto donne di casa. Chi sa fare, sa dirigere, e se sarete in condizioni di avere servit, non vi farete canzonare. Non sapevo far niente, quando mi sono sposata, e so io, quello che ho patito trovandomi in tanti impicci con quel matto del vostro nonno!
In certe ricorrenze Bettina voleva pure che le nipoti fossero messe per alcuni giorni in un monastero per gli esercizi spirituali.
- Non bisogna pensare soltanto a studiare e a divertirsi - diceva.
La Pia e la Bianca si davano delle occhiate eloquentissime. Alla grazia dei divertimenti!
- Abbiamo obblighi - continuava la nonna - verso l'anima nostra, molto molto grandi, immensamente grandi, e la vita ci  data per saperci conquistare il Paradiso. Tutto  chiuso in questa fede, in questa certezza. Per tre giorni di esercizi, il sacrificio  niente, in confronto della pace che gusterete dopo!
Alle undici e mezzo precise - si andava in tutto ad orologio - le bambine dovevano smettere di studiare. La nonna le portava nella propria camera e le faceva mettere in ginocchio, ciascuna appoggiata a una seggiola, poi prendeva Le Massime Eterne di sant'Alfonso de' Liguori, e leggeva una di quelle meditazioni. Dopo, si alzava e socchiudeva un poco le imposte per smorzare la luce, e su quello che aveva letto le nipoti dovevano fare, in silenzio, ciascuna per proprio conto, le riflessioni.
La Pia e la Bianca sbuffavano; per la Pia poi, che era la pi vivace, quei quindici minuti equivalevano a una eternit. Spesso non le riusciva fermare il pensiero, che divagava in cose liete lontane. Le sorelle si confidavano a vicenda che difficilmente riuscivano a meditare sulle Massime Eterne.
Qualche volta era Bettina che faceva ad alta voce le riflessioni dopo la lettura, e allora la cosa andava meglio.
I genitori desideravano che le figlie fossero educate signorilmente, e dopo le scuole elementari ebbero il maestro di musica, quello di francese e un professore di pittura. Lo studio rappresentava anche una maniera per non soffocare di noia. Unico svago delle ragazze era di sentire, la sera, dalla terrazza, la ritirata sulla Costa San Giorgio, e facevano quattro salti con Armando e Vincenzo perch la fanfara attaccava sempre qualche ballabile in voga. Talvolta lo zio Vincenzo prendeva l'organetto per contentare le nipoti e il nonno era della partita e si divertiva pi di tutti quando insegnava la contraddanza ai giovani, o imparava da loro la polca ballata a punta e tacco.
Rarissimamente andavano a teatro, o a fare qualche visita, il pi delle volte noiosa.
Per San Giovanni c'era lo spettacolo dei fuochi artificiali sul ponte alla Carraia e che loro vedevano dalla terrazza sulla torre. In quella circostanza salivano anche donna Bettina, la Luisa, Luigi, la servit. Eccezionalmente era invitata qualche famiglia amica, e allora si serviva il gelato "giardinetto" di fragola e crema preparato con molta cura da Serafino.
Altro svago, per le fanciulle, era riserbato per l'Ascensione, quando andavano alle Cascine a prendere il grillo canterino. Anche, erano portate allo Scoppio del Carro, il Sabato santo. Ma non potevano assistere mai, per la Madonna di settembre, alla fiera delle rificolone in Via dei Servi, perch a quell'epoca si trovavano in campagna, a Villamagna, e non rientravano in citt che in autunno inoltrato. Quella fiera, non mai vista, rappresentava nell'immaginazione delle fanciulle, qualcosa di stupendo.
La casa di Villamagna era comoda, quadrata, chiatta; davanti c'era il giardino, coi cani di terracotta in alto, ai lati del cancello, e sul dietro un gran prato verde.
Vicino c'erano la casa del contadino, ariosa e pulita, e la cappella, dove la sera la famiglia si riuniva per dire il rosario prima di andare a cena, e dove la domenica veniva celebrata la messa, ascoltata dai padroni, dai servi, dai contadini.
La cucina a terreno era vastissima e spesso, nel camino, sotto un fuoco di legna, nel girarrosto che ogni tanto suonava il campanello perch lo si ricaricasse, rosolavano polli e piccioni e le schidionate di tordi che Vincenzo e Armando riportavano dalla caccia, mentre il cuoco, con una penna intinta nell'olio, vi dava certe pennellate sapienti; l'arrosto lasciava cadere il sugo profumato sulle patate che s'indoravano nella ghiotta.
Per la Bianca e la Pia era l'epoca della felicit, perch Bettina le lasciava un po' libere e potevano andare con gli uomini di casa a fare delle belle passeggiate.
Odore di vigna, di resina, di terra sassona, che dava i frutti pi gustosi. Fichi come il miele e l'uva cannaiola, e nell'ottobre poi, come erano belle quelle capigliature bionde dei boschi, fra il nero dei cipressi!
Tolta questa parentesi che era, s, un diversivo, ma che d'attraente non aveva che la bellezza della natura, l'aria aperta, e il poter cogliere fiori e frutta a piacere, in complesso, per le ragazze, la vita era di una monotonia conventuale, e siccome mancava loro, come ad Armando e a Vincenzo, la possibilit di uscire da sole, ce l'avevano a volte con la nonna che toglieva ogni slancio, ogni gioia delle piccole cose, e che, col continuo spettro del peccato mortale che vedeva dappertutto, immelanconiva, fossilizzava anima e cuore, nonostante che l'esuberanza allegra, schietta dei giovani, spesso pigliasse il sopravvento, e vi fossero anche delle ore allegre.
Certe volte Bettina conduceva le ragazze e la Carmela alla messa al Monte alle Croci. All'uscita la cameriera tirava fuori da un'ampia borsa cantucci di Prato e cioccolata che le ragazze divoravano, per il grande appetito che aveva messo loro la passeggiata.
Che silenzio! Che pace! Mentre le fanciulle e la Carmela coglievano sulle prode dei campi a Giramontino gli anemoni lilla e rosati e dalle siepi le rame di biancospino per ornare l'altare della cappella, Bettina pensava a Lucca, ascoltando le campane che le parevano voci amiche. Lei amava molto il suono delle campane e a volte aveva nostalgia di quelle di Lucca, le sembrava che avessero voci diverse, pi intime a lei. Forse, si diceva, sono state fuse con pi maestria, con pi fede.
Non  che si trovasse male a Firenze. Ma sarebbe vissuta pi volentieri a Lucca, nella citt adorabile, dove aveva tanti ricordi. E Margherita, coi figli che vedeva di rado, e le tombe dei suoi morti. Quante volte le prendeva il desiderio di andare a Lucca! Le sembrava ogni volta, che rivedendo tante cose belle, le comprendesse maggiormente e meglio. Ma pi di una volta all'anno non le era possibile. Tanti doveri, tanti impegni, tante preoccupazioni per la casa! A Firenze detestava il vento, quel gran vento che spazzava le strade e le piazze facendole pulite pulite.
Una mattina dei primi d'aprile, nonostante l'aria tiepida, a Giramontino il paesaggio era quasi desolato. L'inverno era stato troppo rigido e lungo, e la campagna era molto indietro. Le siepi dei biancospini avevano i bocci cos piccoli che quasi non si vedevano. Solo un pesco precoce, tutto roseo, sembrava una stonatura. Per terra, in mezzo alla strada, la Pia inciamp in una capinera ferita. Bettina la raccolse e dopo averla osservata bene, disse alle ragazze:
- Voltatevi in l - e scagli con forza la capinera, contro un mucchio di sassi.
- Soffriva - disse - e non si poteva curare.  stato meglio farla morire subito, povera bestia.
Poi si rimisero in cammino per ritornare a casa, e le fanciulle rimasero silenziose, impressionate per quella piccola morte, specie la Pia, che era tanto sensibile e dolce.
...
La Luisa, da tempo, aveva due preoccupazioni gravi. La prima, latente, assidua, una pena che custodiva dentro di s, per tema quasi che a dirla si trasformasse in realt irrimediabile. Ed era che Luigi smagriva a vista d'occhio. Talora si fermava a mezzo di un discorso come se soffrisse acutamente; si appoggiava a un mobile che avesse a portata di mano, e si asciugava la fronte in sudore.
- Luigi, ma tu stai male? - chiedeva la moglie in apprensione.
Luigi diceva di no; stava bene, solo era un po' stanco, ma non poteva riposarsi. C'erano tanti malati che avevano bisogno di lui, e la stanchezza non era un male.
Egli era stoico, perch come medico aveva conosciuto il suo male fin dall'inizio, e lo aveva giudicato subito irrimediabile. Altruista fino all'estremo s'era proposto di tacere con tutti per non dare prima del tempo un dolore cos forte ai suoi cari. L'altra cosa che preoccupava la Luisa era che Armando amoreggiava da tempo con l'Angela, una signorina che abitava col padre e la madre a Piazza Pitti, e consumava le lastre della strada andando avanti e indietro sotto le finestre, dove ogni tanto la ragazza si affacciava.
Armando aveva vista per la prima volta l'Angelina una domenica alla messa di Santa Felicita che era anche la sua parrocchia, e se n'era innamorato. I giovani s'erano parlati con gli sguardi, intendendosi subito. L'Angelina aveva un personale slanciato, bellissimo, e i capelli biondi meravigliosi. Il volto non era regolare, ma aveva il riso luminoso e gli occhi vivaci ed espressivi.
La Luisa aveva fatto prendere informazioni sulla ragazza, ma non furono di sua soddisfazione. Probabilmente qualcuno che aveva interesse a non lasciarsi scappare per altra fanciulla un buon partito come era Armando, rifer alla Luisa che il padre era un massone, la madre una donna sciocca, la figlia una civetta.
A parte queste dicerie, che la Luisa non si dette la pena di controllare, v'era troppa differenza tra le due famiglie, sia per educazione che per censo, nonostante che i genitori della ragazza fossero onesti e di condizione civile, e la figlia fosse stata istruita quasi signorilmente col professore in casa; suonava il pianoforte, il mandolino, e le avevano fatto imparare ogni lavoro femminile, e ogni cosa pratica per essere brava massaia.
L'Angelina aveva una deliziosa voce di soprano e talvolta la gente si fermava sotto le finestre per ascoltarla quando cantava: Caro mio ben, o la Casta diva, con dovizia di gorgheggi.
La Luisa, che in tutta la vita non aveva avuto volont, questa volta s'era impuntata, e fra lei e il figlio avvenivano delle vere e proprie liti.
Quando Armando comp venticinque anni mand una persona amica dai genitori dell'Angelina per chiedere il permesso di presentarsi.
Fino a quel giorno, gli innamorati - e cio per circa un anno e mezzo - non s'erano scambiati mai una parola, ma solo delle lettere.
Armando, chiedendo formalmente la mano della ragazza, non nascose che la madre era contraria al matrimonio, disse per che poteva fare a meno del consenso di lei, dando la parola che in qualunque modo avrebbe mantenuta la promessa.
Tutti, in famiglia, esortavano la Luisa a non contrariare Armando, ma lei, quasi per una reazione incosciente a tutta la docilit della sua vita passata, si oppose al punto di fermare, tanto in chiesa quanto al municipio, le pubblicazioni per il matrimonio.
Fra madre e figlio succedevano scene spiacevolissime, dopo di che Armando, esasperato, diceva alla fidanzata:
- Non si vuole, ed io voglio, diversamente mi uccido.
Al che l'Angelina rispondeva con enfasi:
- E io, morir con te.
- Se non mi vedi venire una sera - continuava Armando - vorr dire che mi sono ammazzato! Non resisto pi a questa vita d'inferno!
- Se ti ammazzi, io pure mi ammazzo, e allora tua madre sar contenta!
Ogni sera Armando, cupo e accigliato, saliva nelle sue stanze, seguito dalla madre che talvolta lo pregava, gli prometteva di fargli fare un gran viaggio, tal'altra lo minacciava di diseredarlo.
Una di queste volte, stanco, esasperato, fuori di s, Armando apr un cassetto, afferr una pistola e se la punt all'orecchio.
La Bianchina che adorava il fratello, e che era salita di corsa sentendo le voci alterate, entr nella stanza e fu in tempo ad afferrare il polso di Armando, facendo deviare il colpo.
La Luisa fu portata nella sua stanza, svenuta.
Armando, fuori di s, si gett sul letto singhiozzando. La povera Angelina, quella sera, lo aspett invano, e tutta la notte passeggi per la casa come una forsennata.
Armando era in preda alla disperazione, e donna Bettina non si stacc mai dal suo capezzale, nonostante che Vincenzo e le nipoti insistessero che andasse a letto, per vegliare loro.
Gli cambiava continuamente le compresse di acqua e aceto sulla fronte, e ogni tanto l'obbligava a bere qualche sorso di calmante.
Verso l'alba Armando s'assop, ma la vecchia seguit a vegliarlo pregando, e non and nemmeno alla prima messa.
Quando il giovanotto apr gli occhi, gli accarezz la fronte e gli disse:
- Su, su, vestiti, e vai subito da quella povera creatura - alludeva all'Angelina. - Chi sa che notte avr passata!
La Luisa dopo quella scampata tragedia, cedette le armi. Il marito la rimprover d'esser giunta a quel punto, e le impose di ordinare immediatamente le pubblicazioni per il matrimonio, se non voleva far succedere l'irreparabile.
La Bettina, quando Armando fu uscito, and in camera della nuora, e senza nemmeno darle il buon giorno, disse:
-  ora di finirla! E basta. Ho detto.
E se ne and.
Il matrimonio fu celebrato, ma la Luisa non v'intervenne, e per riguardo a lei, nessuno della famiglia.
La madre scrisse una lettera scusandosi di non potere intervenire alla cerimonia. Mandava la sua benedizione, anche per la sposa, e accludeva mille lire per il viaggio di nozze.
...
Andato via di casa Armando, Vincenzo occupato nella sua professione, la vita della Bianca e della Pia era sempre pi monotona, e non c'era che Tista che le facesse stare un po' allegre.
- Vedete - esclamava ammiccando alla moglie - vedete quella donna l? Era bellissima. Del resto, si vede ancora. Ed  stata la mia musa!
Bettina, a quel complimento, scuoteva la testa con una gran voglia di sorridere di compiacenza, ma si tratteneva, dicendo burbera:
- Vecchio matto! Smettetela!
- Come, matto?  la verit. Chiunque pu constatarlo. Eccola l presente, la mia musa!
A volte, tirava fuori certi cimeli - diceva lui - che consistevano in foglietti dove erano scritte poesie che in giovent aveva composte per donne di teatro, e alcune per la moglie.
Una di queste poesie era stampata sopra un quadrato di raso bianco, ampio come un fazzoletto, e molti di quei pezzi di stoffa erano stati lanciati al pubblico in un teatro, una sera del 1809 per la beneficiata di una cantante.
Tista, col fazzoletto spiegato declamava:
A MADAMIGELLA LAURA ROSSI:
Silenzio amici, unanimi
Porgiam l'orecchio attenti,
Udiamo di Lauretta
I musici concenti.
Scendon le Grazie mutole
A Lei si stanno a fianco,
Dall'alme sedi olimpiche
Stanno gli Dei pur anco...
Bettina cominciava a battere il piede impaziente, ma Tista imperterrito continuava:
Lascia le sedi idalie
Degli amorin lo stuolo
E intorno a Laura aggruppasi
Con lascivetto volo.
- Basta! - interrompeva la moglie, con voce che non ammetteva repliche. - Dovreste ricordarvi, prima di dire delle scempiaggini, che siete davanti all'innocenza!
L'innocenza sarebbero state la Bianca e la Pia, e quel "lascivetto" era un aggettivo non ammissibile.
Le ragazze si guardavano sottecchi, pensando che quella parola di cui non conoscevano il significato doveva essere qualcosa di brutto davvero, se la nonna aveva imposto silenzio in quel modo cos risoluto.
Qualche altra volta Tista si avvicinava al gruppo delle donne che lavoravano e le nipoti chiedevano:
- Ci racconti qualcosa, nonno!
Lui, pur di parlare, era tutto contento. Una volta disse:
- Per il matrimonio regalai alla Bettina una cavalla bianca che era una bellezza. Fui io che insegnai alla nonna a saltare le barriere.
Bettina lo interrompeva, superba:
- Non  vero; in casa mia c'erano sempre stati i cavalli. Non aspettavo voi, per maestro!
- Ma che cavalli! erano tutti brocchi - borbottava il marito, strizzando l'occhio furbescamente.
Allora la moglie, che era divenuta un poco sorda e sospettosa, gli chiedeva, guardandolo di sopra gli occhiali:
- Che bestialit avete detta?
- Nulla, nulla - rispondeva lui mentre la Pia e la Bianca ridevano chinando il volto sul lavoro, per non farsi scorgere. - Nulla, dicevo che quella tutta bianca che vi regalai per le nozze era una gran bella cavalla, e le volevo proprio bene. -
- Certo, voi avete voluto sempre pi bene alle bestie che ai cristiani!
- Esagerate, esagerate, Bettina; in ogni modo bisogna distinguere. Non ho amato tutte le bestie, come vorreste far credere, ma i cavalli. Animali nobili, Bettina cara, animali nobili!
- E pazzi!
- Non  esatto. Del resto, pu anche essere che sia vero, e che per questo abbia loro voluto bene.
- Bene? A modo vostro! Ne avete uccisi due! Il vostro bene!
- Quelle furono disgrazie.
- Furono pazzie!
- Disgrazie.
- Pazzie! Ah! Ah! - La donna rideva secco, ironicamente, e allora Tista, scrollando le spalle e facendo con la bocca una smorfia di noncurante disprezzo, restava per un po' muto e accigliato.
- Com' che morirono i cavalli? Ci racconti, nonna, ci racconti.
Le ragazze non si divertivano certo a sentire ripetere questi fatti che sapevano a memoria, ma erano sicure di far piacere alla Bettina, che provava gusto a narrare fino alla saziet storielle del passato, e specialmente le stramberie del vecchio matto.
- Una volta - disse - fu prima ancora di essere fidanzati. Tutti ne parlavano, e la voce arriv a casa mia. Nella foga del galoppo (ha avuto sempre una forza da Ercole, "quel tipo l") strinse talmente la bestia coi ginocchi che stramazz a terra soffocata.
Tista la interrompeva:
- Se non avete nulla di nuovo da dire potete risparmiarvi il fiato. Del resto pu essere che vi siate innamorata di "questo tipo qui" proprio per la sua forza.
Bettina scuoteva la testa e continuava.
- La seconda volta fu quando dovetti chiamare da Firenze vostro padre, che era appena laureato, perch venisse a mettere un po' d'ordine in quel poco che restava del patrimonio famigliare, dopo tante speculazioni sbagliate, dopo tanti sperperi...
Tista raccoglieva la bottata, e per non rispondere si metteva a fischiettare leggero leggero, con gli occhi rivolti al cielo, come se dicesse: "Santa pazienza aiutami!" mentre Bettina continuava, implacabile:
- Per fortuna i miei figliuoli sono sempre stati assennatissimi....
Tista la interrompeva ironico:
- Certo, gliele avete trasfuse tutte voi le virt!
- Potete ben dirlo! Con l'aiuto di Dio, non vi somigliano.
- E me ne dispiace; nonostante l'aiuto di Dio! Se somigliassero a me, chi sa come si starebbe allegri in questa casa!
La Bianca e la Pia, che intuivano la minaccia di un interminabile battibecco, per nulla divertente, insistevano:
- Nonna, nonna, come mor il secondo cavallo?
- Fu cos: Luigi preg suo padre di andare a Pescia a pagare certi conti, e gli dette il denaro occorrente. Combinazione volle che quando lui mont a cavallo, anche il vapore partisse. O che non gli salt il ticchio di fare a gara col vapore, a chi arrivasse prima a Pescia? E via, a rotta di collo!
- Per fu una bella soddisfazione perch si arriv insieme - esclam il vecchio, con gli occhi sfavillanti.
- Sicuro, ma con la bestia che stramazz e la dovette far ammazzare!
- Non avete aggiunto per che la cavalla era fresca di parto, e non ci avevo pensato.
- Ma a che cosa avete mai pensato voi, nella vostra vita?
- A voi, Bettina adorabile!
- Vi proibisco di dire sciocchezze.
- Ma se vi ho sposato, vuol dire che ho pensato a voi.
- Come and, nonno, che si spos? - chiese la Bianca.
- Veramente erano due le ragazze che mi piacevano. Una bruna e ricciutella che si chiamava Rosetta, ed era come me di razza borghese. Famiglia d'avvocati e di notai assai ricchi, gente molto rispettabile. L'altra era donna Elisabetta, la nobile, la superba... nonostante che la dote non fosse un gran che - sussurrava alle nipoti strizzando l'occhio, ammiccando alla moglie. - Mi piacevano tutte e due, devo dire la verit. Allora pensai: Sposer quella che balla meglio. Rosetta era un poco claudicante, ma poco poco. Elisabetta ball in maniera straordinaria. Ah! Come era bella, quella sera, tutta vestita di rosa!
- Nonna! Nonna! - saltavano su le ragazze. - Lei andava ai balli, e noi non ci manda mai!
- Prima di tutto non andavo ai balli di regola, ma solo pochissime volte.
- Noi per, non ci manda nemmeno una!
- Sono altri tempi questi! Allora si ballava in modo decente, ci si toccava appena la punta delle dita Ma se, qualche volta, il cavaliere faceva l'atto di prendermi per la vita, ch anche i nostri avevano imparato da quei birbanti dei francesi, io tagliavo la terzina, e facendo uno sgambetto, via! fuggivo come un'anguilla!
Sfiorava le palme delle mani rapidamente l'una sull'altra e alzando il braccio diceva "via!" per significare che sfuggiva al cavaliere ardimentoso.
E ancora faceva questo gesto con impareggiabile grazia.
 XIII.
Una mattina il dottor Luigi non pot alzarsi. Vennero dei colleghi; egli volle restare solo con loro durante la visita.
- Vi prego - disse - di nascondere il mio stato ai miei. Mia madre ha settantotto anni, mio padre novanta.  inutile anticipare loro un dolore che pur troppo verr e presto. E anche a mia moglie, alle figlie, a mio fratello Vincenzo che m' stato come figliuolo. So che ce n'ho per poco,  inutile che cerchiate di illudermi - rispose ai colleghi che lo esortavano a sperare - lo so da tempo, e ho disposto tutte le mie cose terrene.
L'angoscia piomb nella casa. Nessuno osava comunicare agli altri la propria apprensione, ma tutti sentivano che il loro caro era perduto
Un giorno Bettina pettinava il figliuolo primogenito, con un senso di tenerezza, come quando era piccino, e aveva i capellucci fini fini che sembravano seta appena dipanata dal bozzolo. Le pareva di averlo ritrovato nella malattia, e che fosse ancora tutto suo!
- Eccoti fatto bello - gli disse la madre, dopo che gli ebbe spruzzata un po' d'acqua odorosa sulle mani pallidissime.
Pareva che volesse tirarlo su col suo amore.
Luigi scosse la testa.
- Stanco, mamma - mormor. - Sono tanto stanco!
- Vuoi dormire un poco? S? Coraggio - gli diceva lei, mostrandosi troppo sorridente e vivace. - Passer questa burrasca, passer!
Egli aveva chiusi gli occhi, ma sapeva che la burrasca non sarebbe passata come intendeva dire sua madre, come sperava sua madre. O forse, lei diceva cos per ingannarlo, come lui cercava d'ingannare lei, per non soffrire di pi dinanzi alla realt che s'avanzava. Chi poteva trarlo in inganno? Era medico lui, e fin dall'inizio del male aveva capito a fondo, e si era rimesso nelle mani di Dio.
Ora, Luigi pareva assopito; la madre in punta di piedi and a chiudere le imposte, e usc dalla camera.
Nel salottino giallo la Luisa, abbandonata su una poltrona, era scossa da singulti, le figlie l'accarezzavano, e Tista, con le mani dietro la schiena passeggiava per la stanza fissando gli occhi nel vuoto.
- Non pianga, mamma, - diceva la Bianchina, - non  possibile che pap ci lasci. Pregheremo tanto la Madonna. Ma non pianga cos, si ammaler anche lei. E che faremo noi?
La nonna entrando disse:
- Non bisogna piangere, non temete, lo salveremo. Ci vorr una lunga convalescenza, ma lo salveremo. Non bisogna piangere - ripet.
- Lei  forte, mamma!
- Voi siete forte! - esclamarono insieme Luisa e Tista.
- Tutti bisogna esser forti - rispose Bettina, con la voce come se la tirasse fuori dal profondo della sua angoscia.
Ma si sentiva mancare. No, no, non voleva credere ancora che anche questo figlio le sarebbe tolto! E a lei non era permesso di piangere! Sempre avrebbe dovuto confortare gli altri, e la sua parte, immutata, immutabile, era quella della donna forte perch nessuno l'aveva mai vista piangere.
Oh! come avrebbe voluto abbandonarsi! Essere considerata una povera donna qualunque, debole, bisognosa di protezione! E le pareva d'essere un mare in tempesta, coperto da una lastra di ghiaccio per quelli che le stavano vicini.
Poi, risorse la speranza. Luigi miglior: fra poco sarebbe entrato in convalescenza. Tutti lo pensavano, felici, ma non lui, il malato, che sapeva come la morte gli fosse sempre accanto. Chiese il suo diario, dove da parecchi giorni non annotava pi nulla, e quando glielo ebbero dato, la madre e la moglie lo lasciarono solo, per non disturbarlo.
Egli scrisse: "Ecco i quattro pilastri della vita. Dimentica il male, non obliare il bene ricevuto. Dimentica il bene che hai fatto. Non ti scordare il male che facesti".
Poi, aveva reclinato la testa. Luisa e Bettina, rientrando, lo trovarono cos, appoggiato ai cuscini.
La penna era scivolata sul lenzuolo e aveva fatto una larga macchia, nera. Le belle mani posavano per sempre.
Due giorni dopo, quando Bettina vide deporre il suo Luigi sotto terra, nel camposanto dell'Antella, fu ancora lei che fece coraggio tutti. Rientrando in casa disse:
- Ora, bisogna fare come se Luigi fosse partito per un lungo viaggio. Un giorno lo ritroveremo. E bisogna conservare con amore le cose che gli furono care, i libri soprattutto, perch  l che c' sempre lo spirito suo.
Tista, povero vecchio, era affranto e mormorava:
- Toccava a me, a morire, toccava a me, e non a lui, ancora giovane!
Ma nonostante l'atroce soffrire non riusciva a piangere per quanto si sforzasse, perch gli pareva che gli altri non giudicassero abbastanza forte il suo dolore.
Bettina sola se ne avvide, e pens:
"Ma com' possibile che uno che soffre, come certamente lui soffre, possa preoccuparsi dell'effetto che le sue lacrime fanno sugli altri? Eppure  cos. L'umanit  complicata e la semplicit non  che un punto d'arrivo. Egli  restato sempre come un bambino, povero Tista!".
Bettina comprendeva quanto anche lui soffrisse, ma si sentiva sola nel dolore. Sempre sola! Anche se vicino vi era chi patisse come lei. Che pena la notte, quando la casa dormiva, ed era nella sua camera con lo strazio nel cuore, con quell'unico pensiero che le martellava nel cervello! Luigi sparito anche lui, come la Sarina, come i Belli!
In quei momenti, se non fosse stata pienamente persuasa che la vita finisce, che un'altra ci attende dove capiremo come fu misericordia di Dio il nostro dolore, non avrebbe forse potuto reggere n combattere il desiderio di far cessare con la vita la sofferenza.
Ma aveva avuto l'immenso bene della fede, e certo i figli che l'avevano preceduta al di l avevano ottenuto da Dio, per lei, la grazia della rassegnazione.
Sempre, dopo avere offerto il suo dolore, espiando, nella Comunione dei Santi, scopriva, ritrovava la pace. Allora non si sentiva pi sola ma unita a quelli che l'avevano lasciata, a tutte le anime che pregavano e soffrivano.
La Luisa non si dava pace. La giornata di Luigi non era compiuta ma spezzata a mezzo, e la luce di lui s'era spenta troppo presto.
Restavano i figli, e il bene che lei voleva a loro era infinito, struggente. Di mutato c'era che questo bene si voleva in due, si godeva in due, e ora era sola!
Anche non si dava pace, la moglie, che il marito fosse sparito cos in un momento, quando sembrava - ella credeva - sulla via di guarigione, senza che nessuno se ne avvedesse.
- Almeno - diceva la Luisa - ci si fosse potuto dire una parola! Darsi l'ultimo bacio, chiedersi perdono a vicenda di qualche colpa, di qualche malinteso! Mi pare che sarei pi consolata nonostante che pensi di aver fatto sempre il mio dovere verso di lui e che lui mi ha voluto tanto bene e che io l'ho amato tanto. Ora nessuno mi chiamer pi Gigia, come lui mi chiamava. Io sono viva, ma il mio nome  morto.  morto con lui.
O Luisa, getta le belle vesti che erano la tua gioia. Mettiti un velo nero fitto fitto e lungo, anche la luce ti fa male ora. E vestiti di nero opaco perch i colori feriscono, se veramente il lutto  dentro di noi.
Bettina pensava alla Luisa:
- Ha amato il mio Luigi con tutta l'anima sua, e potr rassegnarsi alla morte, non si rassegnerebbe se un'altra donna glielo avesse preso.
Certe cose del passato Bettina le ricordava anche meglio delle vicine, e allora era ossessionata dagli episodi per cui aveva tanto sofferto. Le risorgevano lucidi, chiari, dolenti. La nascita della Sarina senza suo padre, l'avventura con l'Elena, lo sperpero del patrimonio...
E certe volte, tutto era come se fosse successo il giorno prima.
...
Dopo la morte del dottor Luigi nessuno si poteva veder pi nella casa di Borgo San Jacopo. Marco, Serafino, la Maria erano divenuti vecchi e furono pensionati. Volevano anche una casa pi piccola, un solo quartiere, e per servit, oltre la Carmela, sarebbero bastate una cuoca e una cameriera. Bettina era stanca e voleva le fosse concessa tregua all'ansia di tante cose pratiche per poter ritrovare se stessa, il suo coraggio, la volont di bene, il rifugio dai mali pensieri. Voleva essere sempre lei la sovrana della casa, ma le forze non erano pi quelle di prima.
Allora andarono ad abitare in un bel palazzo in Via Pandolfini dove c'era una grandiosa terrazza che a Bettina ricordava quella che aveva avuto a Lucca. Anche qui si divertiva a coltivare i fiori, e in grandi casse verniciate di verde aveva fatto piantare certi rosai che a primavera, in tralci scapigliati di roselline rosa e bianche, davano una gran gioia, con le rondini che tornavano sotto la gronda.
Tista, entrando nella casa nuova, disse alla moglie:
- Vecchia mia, di qui non ci muoveremo altro che quando ci faranno fare l'ultima passeggiata fino all'Antella.
- Sia fatta la volont di Dio! - rispose la Bettina.
...
Tista, gi fino da quando aveva avuto ottantanove anni, aveva buttato via gli occhiali, perch gli era tornata la vista come quando era giovane, e diceva alla Pia, la sua prediletta:
- Guarda un po', ritorno giovane. Ma che il Padreterno si sia scordato di me?  tanto che sono a questo mondo!
Aveva tutti i denti sani e bianchi, ed era una gioia a vederlo ridere, il che accadeva spesso e volentieri.
Non aveva mai bevuto vino, n fumato, n annusato tabacco.
Prima dei novant'anni andava da Firenze a Prato - dove aveva gli affari per la sorgente dell'acqua di Lajano - a piedi la mattina, e a piedi ritornava la sera. Dopo i novant'anni andava a piedi, ma per pernottava l, ritornando a casa il giorno dopo.
Un pomeriggio, aveva novantadue anni e qualche mese, gli venne la notizia che, dopo la lunghissima lite, aveva vinto la famosa causa.
Egli era in piedi vicino al letto e disse:
- Tutto arriva a tempo! Poi, arriva la morte.
E s'abbatt.
Quasi impedito della parola chiese - lui che era stato sempre miscredente - i Sacramenti, ma gi Bettina aveva fatto chiamare il parroco della chiesa di San Firenze.
Alcune ore dopo il trapasso, Tista aveva ancora il volto roseo, e la moglie disse:
- Ma non  morto, non  morto, certo non  morto.
Si rivolgeva agli altri:
- Ma guardate com' colorito, non pu essere morto!
Poi, dopo qualche ora, sembrava di cera e s'era come affilato d'improvviso.
La Pia singhiozzava forte. Non poteva vederlo, il suo nonno, cos freddo e muto, lui cos facile al riso e propagatore di gioia!
Bettina volle vegliarlo tutta la notte con Vincenzo dicendo le preghiere per i defunti; ma a un tratto si distrasse pensando:
- Ma perch non mi chiama? Se lui pu e sa quello che soffro e come sono stanca, perch non mi chiama, non mi porta via cos, com' sparito lui, in pochi minuti?
Poi, le parve di bestemmiare e chiese perdono a Dio.
- Tu solo lo sai, Signore, quando la mia ora deve suonare. Tu solo lo sai!
La Pia, cos sgomenta per la morte del padre e del nonno, avvenute a poco pi di un anno di distanza, diceva spesso alla sorella:
- Non c' due senza tre, vedrai che anche la nonna ci lascia presto.  tanto vecchia!
- Ma che! - le rispondeva la Bianca per incuorarla e per incuorarsi. - Si muore giovani e vecchi e la nonna, non  detto che muoia prima di noi.
- I giovani possono morire ma i vecchi devono morire - replicava la Pia - e alla nonna tutti i giorni diminuiscono le forze!
E anche la Bianca, questo, doveva riconoscerlo.
...
Da quando le era venuta la malattia di cuore e l'affanno la tormentava, di tanto in tanto Bettina si faceva portare una mignatta e applicatala da sola al polso sinistro aspettava che la viscida bestia le succhiasse il sangue.
Talvolta Bettina si ritrovava con le mani immobili, abbandonate in grembo, sul lavoro, e al risveglio s'irritava con s stessa perch le pareva d'essere afferrata dal diavolo della pigrizia che la tenesse immobilizzata mentre lei avrebbe voluto muoversi reagire, essere attiva. Ora, sorrideva spesso a chi le era vicino, e questo meravigliava i congiunti, perch da un pezzo, eccettuato che per Vincenzo, di sorrisi ne aveva distribuiti ben pochi.
Quello a cui non si rassegnava era di non potere muoversi come prima.
Il figlio le diceva:
- Ma si riposi, mamma! Che da fare ha? Per la casa c' la Luisa e le ragazze e la Carmela, che ci pensano. Stia tranquilla!
Un giorno di stringente malinconia la vecchia volle aprire certi pacchi di lettere, quasi tutte dei suoi morti, e frugare in quelle carte le sembr di frugare nel proprio cuore. Volle rileggerne qualcuna ma l'inchiostro era troppo ingiallito, debole, le mani tremanti, gli occhiali appannati. Non poteva, proprio non poteva leggere! E allora stracci tutto a minutissimi pezzi.
Che angoscia! Le pareva di morire. Si alz e quasi svenne.
- Che ha mamma? - le chiedeva Vincenzo abbracciandola.
Ora da che deperiva, il figlio stava quasi sempre con lei.
- Nulla, nulla!
E le cadevano le lacrime, l distesa, immobile, sulla poltrona.
Poi, si riprese, e verso primavera le parve di star bene, di essere leggera, di non aver gli anni che aveva, quando andava sulla terrazza a vedere se i rosai gettassero rigogliosi, col sole che le batteva sulle mani che s'erano fatte sempre pi bianche affilate. Si faceva portare il cesto dove c'era la calza incominciata, ma il pi delle volte vi posava le mani, quasi accarezzandola, senza avere la forza di tirar fuori il lavoro.
Una notte ebbe dei brividi, per si alz lo stesso per la prima messa.
All'uscita disse alla Carmela:
- Tienmi a braccetto, perch mi pare che la terra mi tremi sotto i piedi.
Poi, le venne quella grande angoscia e il tremito, e la misero a letto con la febbre alta.
Nel delirio chiamava tutti i suoi morti, Leone, Ilario, Luigi, la Sarina.
E certo li vedeva se disse:
-Ma s, Tista mio, vengo subito. Ora sellano la cavallina bianca perch bisogna saltare la staccionata.
Poi, non parl pi.
Una civetta si pos sul tetto di fronte alla camera della morente, quando il cielo notturno d'aprile s'imbiancava appena. Veniva certo dal campanile di Badia l vicino, e cominci a lanciare il suo lugubre grido.
Vincenzo, piangendo, si turava le orecchie coi pugni serrati, e avrebbe voluto sparare a quella bestiaccia.
Le monache, quando vestirono la morta, restarono meravigliate che a ottantatre anni avesse conservato il corpo cos bello e puro.
...
Poi, anche la Bianchina e la Pia si sposarono, ed ebbero quattro bambini ciascuna, tutti uno accanto all'altro, proprio come le dita, e nella vecchia casa dove non erano rimaste che donna Luisa, Vincenzo e la Carmela, che ormai dirigeva e comandava su tutto, come una di famiglia, ogni tanto si riunivano i nipotini, e a primavera le stanze, di solito cos silenziose, erano piene di trilli e di cinguettii, proprio come sulla gronda della terrazza.
Una volta, a quasi cinquant'anni, Vincenzo disse alla cognata:
- Chi in giovent non fa i suoi atti, in vecchiaia fa cose da matti. Cara Luisa, ho deciso: piglio moglie.
E anche lui se ne and fuori di casa.
Qualche anno dopo questo fatto, tornando di fuori, la Carmela diceva a donna Luisa:
- Ho incontrato il signor Vincenzo con la bambina. Pare una bambola di cera, tanto  bianca e bionda, e lui se la porta per mano, come se fosse l'oracolo.
Quella bambina, ero io.
...
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...
FINE.